Nicole Soria

“Mi dispiace, non hai abbastanza esperienza”.
“Mi dispiace, non sei abbastanza qualificata”.

Sono, probabilmente, le frasi che tutte noi ci siamo sentite dire, almeno una volta, durante un colloquio di lavoro. Tuttavia, nel mio caso, ci sono un paio di affermazioni che mi sono sentita ripetere tanto quanto le precedenti o, forse, anche di più.
E, porca miseria, mi risale su il cioccolatino che ho trovato nella casellina di oggi del calendario dell’avvento, se ci penso.

 

“Ma riesci a lavorare con quelle unghie?”
“Come trovi il tempo di concentrarti sul lavoro, se vai in giro così curata?”
“A me non dà l’impressione di una che sappia fare i calcoli”

Roba che ciascuna di noi dovrebbe trovare il coraggio di alzarsi, salutare educatamente, e andare via senza voltarsi, dall’alto dei suoi tacchi a spillo. Magari anche senza stringere la mano, perché nessuno si meriterebbe una stretta, dopo queste affermazioni.

Ma, poi, nessuna di noi lo fa. Attendiamo pazientemente la fine del colloquio, dimostrando in tutti modi che non siamo solo ciò che si vede dall’esterno… una canzone recita “Oltre alle gambe c’è di più” ma, forse, non va già più di moda. Infine ci alziamo, sfoderiamo un sorriso rassicurante, sperando di essere ricontattate per un secondo step, nonostante ci abbiano appena appellato come “oche giulive” e nonostante quello per cui abbiamo appena fatto il colloquio sembri essere un posto orribile in cui lavorare, fatto da superiori orribili che fanno commenti orribili.

Perché, oggi, se hai un lavoro, devi baciare il pavimento appena calpestato dal tuo capo. Perché in Italia puoi avere titoli e competenze, ma se il lavoro non c’è…non c’è. E ogni giorno devi ringraziare chi te lo ha dato, perché è un attimo che “se non ti fermi oltre l’orario ne trovo altri 50 che lo fanno al posto tuo”.

E non importa che tu abbia 3 master e parli correttamente sette lingue, tra cui il l’urdu: la maggior parte delle persone ti giudicherà per quello che vede nei 30 minuti di colloquio. 30 minuti. 30 minuti che dovrebbero rappresentare 30 anni di vita e che, invece, si riassumono, spesso, in un giudizio dettato dall’insieme di caratteristiche fisiche che ricopri.

Volete sapere cos’ho imparato in anni di colloqui?

Che le unghie rivestono un metro di giudizio FONDAMENTALE per valutare le competenze teoriche e pratiche di una persona. Perché se hai le unghie lunghe e colorate, sei necessariamente una persona frivola, stupida, e senza voglia di lavorare. Oh, si.

Nicole SoriaUna volta ho fatto un colloquio interminabile. Era settembre, faceva caldo, perciò non avevo la giacca. Avevo, però, il pantalone della laurea, un signor pantalone, oserei dire. Una camicia di seta, coprente, accollatissima e agganciata con un piccolo bottoncino dietro al collo nascosto dai capelli, infilata elegantemente nel pantalone a vita alta di Elisabetta Franchi. Ai piedi, un paio di decolletè nere di un qualche sconosciuto, un classico. Durante il colloquio, il CFO (il Direttore Finanziario) ci ha tenuto a farmi una domanda importante, forse più della lunghezza delle mie unghie in centimetri. “Ma lei ha la CAZZIMMA?”, mi ha chiesto. Panico. Cosa-diavolo-vuol-dire. “Ehm, mi perdoni, ma temo di non conoscere questo termine”. “Suvvia, la cazzimma. Giovanni, tu hai la cazzimma?” chiede il CFO all’Amministratore delegato. “Certo, forse la signorina non sa cosa sia perchè non ce l’ha”, risponde lui. Allora, innanzitutto, durante un colloquio di lavoro non sono Signorina ma Dottoressa, e che cavolo. E poi cazzimma non mi sembra un termine Dantesco, tanto per dire. Solo pensieri, i miei, perché l’unica cosa che riesco a dire, abbassando la testa, è “Mi dispiace”, mentre non vedo l’ora di fare chiarezza su Google. Il colloquio continua, mi sento un po’ mortificata, perché nessuno testa le mie competenze tecniche, ma sembrano tutti molto interessati a come io possa mantenere morbidi i miei boccoli per tutto il giorno. Prima della fine del colloquio il CFO mi dice “Aspetti qui seduta un attimo, signorina, dobbiamo fare una cosa”. Speravo si prendesse direttamente i miei recapiti o, magari, i recapiti di un precedente datore di lavoro che potesse rilasciare delle referenze. “Daniela, venga un attimo per favore”, dice lui a una giovane ragazza seduta alla scrivania appena fuori dalla sala riunioni. “Gentilmente, Daniela, agganci la camicia della Signorina, che è rimasta per tutto il tempo del colloquio con il bottoncino dietro al collo slacciato. Arrivederci, Signorina.”.  

Prima ancora di andare su Google ho pensato che, se avessi avuto la famosa cazzimma, lo avrei subito mandato a quel paese in maniera poco consone a una principessa/dottoressa (ah, ecco cosa voleva dire!). Poi, nella mia testa, è partito un ragionamento degno di Freud: forse la cazzimma è proprio il coraggio di non mandare a fanculo le persone solo perché sono arroganti e maleducate, piuttosto che il coraggio di lasciarsi andare abbassandosi al livello di certi elementi incommentabili.

Così, non ho più fatto quella ricerca su Google e mi sono data una risposta da sola, una risposta che mi piace: cazzimma è, sicuramente, il coraggio di intraprendere la strada più difficile, quella più scomoda, quella che ti logora il fegato, ma che ripaga sempre.

Sì, io ho la cazzimma. Ma non per te, JERK.

Nicole Soria.

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    By: Nicole Soria

    In un mondo fatto di lavoro, libri e tacchi a spillo trovo sempre il tempo per un tiramisù! Reduce da un matrimonio con uno sconosciuto (MatrimoniAPrimaVista), vi racconto un po’ di me e un po’ di noi… Noi donne multitasking che affrontiamo il mondo con l’eleganza di chi non si piega mai!

    Per collaborazioni: Nicolesoria.it@gmail.com

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    Ho imparato che l’eleganza non ha luogo, però ha un tempo.

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