Trama “Cominciò tutto per caso”

Quando Elena, il giorno del suo compleanno, scopre per caso che suo marito l’ha tradita, fa le valigie e parte con il figlio alla volta della Puglia, verso i luoghi nei quali ha trascorso la propria infanzia. Arrivata a Lecce, si stabilisce nel palazzo in cui vive suo zio Gigi. È proprio qui che incontra Michele, un giovane pittore romano trasferitosi da poco in Puglia, per il quale comincia ben presto a nutrire una tenera simpatia. Durante una passeggiata notturna, sotto il cielo stellato di Lecce, Michele ed Elena fanno però una scoperta che rischia di complicare non poco la vita dell’intera città e che li coinvolge più di quanto loro possano immaginare. Si tratta di un segreto di famiglia, che qualcuno ha voluto tenere nascosto per molto tempo…

 

Che cosa ne penso

Intrighi e misteri di una Puglia mai raccontata così

Un segreto di famiglia a lungo tenuto nascosto

Un amore nato sotto il cielo della Puglia

Così lo vende la Newton. Il romanzo, primo di una serie di Nina Lupi, un’autrice tedesca ossessionata dalla Puglia. Su Amazon lo trovate tra i rosa, in caso voleste saperlo. Secondo me hanno sbagliato categoria. Mi spiace ma sarò piuttosto dura, stavolta.

Di solito per una recensione scrivo dalle cinque alle otto note, mentre in Cominciò tutto per caso le mie annotazioni sono ben venticinque (25). Non lo trovate indicativo anche voi?

“Ah sì, la Danimarca. Ci mancava solo quella. L’estate. La Danimarca. La casa vacanze. Il corso naturale delle cose. Natale, Pasqua, Danimarca. Funzionava come il programma della lavatrice. Lavaggio, risciacquo, centrifuga. Sempre lo stesso ciclo. Lavaggio, risciacquo, centrifuga.”

Se non avete letto la trama, vi racconto io che cosa succede: niente spoiler, promesso.

Elena è una quarantenne tedesca di origini italiane, è sposata con Aron e ha un figlio di nome Ben. Ho scritto ha e non hanno non soltanto per concordare soggetto e predicato, ma pure perché Elena scopre il tradimento di Aron e si porta via Ben, in Italia. Io non so come funzioni negli altri Paesi europei, però sono abbastanza sicura che sia illegale anche in Germania prendere un bambino di tre anni e trasferirlo senza il consenso dell’altro genitore. Elena e Aron non discutono di divorzio né di affido: lei fa le valigie e approda a Lecce, presso uno zio. Qui forse inizia il vero delirio e i fatti random su questo libro. Mi scuso in anticipo.

Aron non chiama, se non dopo giorni, Ben non chiede di lui né Elena glielo nomina mai.

Elena e Ben sono ospiti a casa dello zio Gigi che, gentilissimo, mette loro a disposizione il proprio appartamento più un altro adiacente ancora in costruzione, nel caso in cui la nipote volesse stabilirsi nel capoluogo pugliese insieme al figlioletto.

Fantastico, direte, e invece no, perché lei è perennemente di cattivo umore e non -come potreste pensare- per la separazione col Natale alle porte, ma perché trova troppo ottimista e allegro lo zio, il bilocale destinato a lei non è di suo gradimento e l’appartamento dello zio (situato in uno stabile d’epoca) non gode del riscaldamento centralizzato e non c’è abbastanza acqua calda per una lunghissima doccia bollente. Scordatevi pure la gratitudine: Elena ne prova un pizzico, e solo quando si fa a modo suo, sia nei confronti di Gigi, che in quelli di Elisabetta, la sua più cara amica (a parole). Quest’ultima è dipinta come un’annoiata snob borghese. Entrambi i personaggi rappresentano l’italiano medio stereotipato, il povero spensierato che confida nella fortuna e il benestante spesso infelice. E questa è una cosa davvero strana: per quale motivo demolire in questo modo tutti i comprimari di una storia? Potrei capire se la protagonista nutrisse pensieri o sentimenti negativi per gli antagonisti già al primo incontro, ma perché Elena quasi mai pensa con piacere  e affetto ad amici e familiari?

Le uniche emozioni positive le spende per un giovane cameriere appena conosciuto. Infatti, dodici ore dopo aver fatto la conoscenza di Michele, Elena lo descrive come “divertente, sensibile, molto particolare”. Che cosa ne sa lei di lui?

“L’imponente edificio ai margini del centro storico nascondeva all’esterno dietro le alte mura (???). Ci si arrivava passando per un magnifico parco che pareva quasi tropicale. Dietro la scuola, trovavano spazio un aranceto, due campi da calcio e una piccola pineta, che fungeva da giardino nelle giornate di sole: una vera oasi nel cuore della distesa urbana di Lecce […]”

I luoghi sono accuratamente illustrati. Durante tutto il romanzo, la scrittrice delizia il lettore con interi paragrafi descrittivi di Lecce, presentandola come un grazioso acquerello. Le fattezze fisiche dei personaggi, invece, sono lasciate un po’ al caso. Sappiamo vagamente che Elena e il figlio sono biondi, che Gigi è panciuto, che Michele è bello. Nient’altro.

L’ossessione di Nina Lupi per la Puglia ha fatto sì che si interessasse a qualcuno dei temi caldi in Italia: l’immigrazione, la criminalità organizzata e lo sfruttamento della prostituzione. Ma, se da una parte è encomiabile denunciare tramite un romanzo la situazione attuale, dall’altra mi è sembrato che fosse tutto negativo. La migliore amica di Elena? Ricca e senza empatia. Lo zio? Buontempone. Il parroco? Corrotto. Le istituzioni locali? Colluse. Il commissario di polizia? Pigro. Non sembra anche a voi un po’ troppo pesante per un libro che si trova, forse erroneamente, nella categoria rosa degli store?

La parte rosa, poi, è narrata più o meno tutta così:

“Sotto le sopracciglia scure e spesse, splendevano gli occhi –quegli occhi dovevano proibirli, subito!- scintillavano come stelle filanti luminose.”

Ora, Nina, io te lo dico: non è che se infarcisci il testo di luoghi comuni sull’infatuazione o se ti giochi la carta dell’illegalità, la storia d’amore risulta più credibile! Uh, dovrebbero sanzionarlo per gli occhi! Non mi dire. Il cuore mi batte fortissimo. Che originalità. Soprattutto se, due righe dopo, scrivi “Michele fece spallucce”. Che partecipazione, che complicità tra i due. Sposatevi e siate felici.

Elena si presenta come giornalista presso un centro d’accoglienza e cerca una giovane immigrata nigeriana, senza averne il titolo, e nessuno la caccia via ridendo, come succederebbe nella realtà. Pretende di sostituirsi alle forze dell’ordine e chiede anche allo zio e Michele di fare altrettanto, mettendoli in situazioni pericolose.

“Ma al centro immigrati non nessuno la conosce”. Ah, le traduzioni fatte bene, quelle accuratissime di Google Translator! Il testo è pieno zeppo di errori di cui incolpare, credo, il traduttore. “E ora si altrettanto sincero”, ne ho segnati altri, ma vi risparmio.

Ettore, il compagno di Gigi, arriva improvvisamente a Lecce e la protagonista, nell’ordine, pensa “Quell’uomo teneva lo zio in pugno come nessun altro. Elena era determinata ad accelerarne la partenza” e lo chiama “l’amico di Gigi” non, che ne so, il fidanzato, l’amante, l’interesse amoroso ma l’amico. Come si permette di interferire in modo tanto ostile con la vita sentimentale di colui che la sta aiutando, ignaro dell’astio della nipote? Difficile trovare una protagonista più insopportabile e sto rimpiangendo Bella Swan e Anastasia Steele, che almeno erano giovani e inesperte. 

A un passo dalla fine, e cioè al 73%, il punto di vista vira assurdamente verso l’ispettore di polizia. Al 90% inoltrato, la Lupi inserisce un nuovo personaggio secondario senza apparente motivo, risolvendo poi il tutto banalmente e in pochi paragrafi sconclusionati che mi hanno lasciata insoddisfatta.

Vi lascio l’unica citazione a parer mio degna di nota.

“«Cosa pensate voi europei, che migliaia di africani rimangano a morire di fame, di AIDS o di malaria, a farsi ammazzare da qualche folle dittatore e dai loro bambini soldato tossicodipendenti e a passare il tempo seduti in mezzo alla spazzatura tra le baracche, senza mai arrivare a pensare di metter piede dall’altra parte del mare, in Europa? Stai sicura che ci sono tante buone ragioni per attraversare il deserto e ammassarsi in una barca, senza neppure sapere esattamente cosa ti aspetta dall’altra parte […].»

Elena provava vergogna per quella sua domanda saccente. «Hai ragione, noi non ne sappiamo proprio niente.»”

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