Buona sera Trattine! La nostra Veronica è andata alla presentazione del nuovo romanzo di Donato Carrisi “L’uomo del labirinto” e ci racconta come Donato Carrisi si sia raccontato ai suoi lettori. Sentite un po’…!

Lo scorso 4 dicembre, la casa editrice Longanesi ha fatto uno splendido regalo di Natale agli amanti del thriller: la pubblicazione del nuovo libro di uno scrittore italianissimo che non ha bisogno di presentazioni. Ormai affermato autore di thriller, Donato Carrisi ha conquistato anche i lettori internazionali con le sue storie ammalianti e oscure. Le aspettative sono altissime anche per il suo nuovo romanzo, L’uomo del labirinto, a maggior ragione dopo la presentazione a cui ho avuto il piacere di partecipare, nella particolarissima libreria Il covo della ladra. Una chiacchierata coi lettori lunga un’ora, scivolata via senza quasi accorgersene, perché se è vero che Carrisi ammalia nei suoi thriller, è altrettanto vero che sia in grado di farlo anche parlando di sé e di ciò che scrive.

Come ci ha subito rivelato, il suo grande sogno era diventare un attore, sin da quando sua madre, insegnante di lettere, lo catapultò sul palcoscenico assieme ai suoi alunni in una drammatizzazione, che lo conquistò così tanto da fargli decidere che quello sarebbe stato il suo mestiere. E invece, come spesso accade, la vita prende altre direzioni, e a 19 anni, in Puglia, mise su una piccola compagnia teatrale con l’intenzione di portare in scena Appartamento al Plaza di Neil Simon, che però in Italia non era stato pubblicato. Fu in quel momento che scoprì il piacere della scrittura, e da allora il suo mantra è scrivere storie che gli piacerebbe leggere, perché se lui per primo non si diverte di certo non potremo farlo noi lettori. È proprio a questo che fa risalire il grande successo dei suoi libri, di cui negli anni non ha mai voluto cedere i diritti: una saggia decisione, come confermato dal successo del film La ragazza nella nebbia, di cui è regista e sceneggiatore. Una sfida per lui, in particolare riuscire a soddisfare i lettori che, si sa, non sono un pubblico facile quando si tratta di portare sul grande schermo un libro che hanno molto amato. Il suo mestiere di sceneggiatore va di pari passo con quello di scrittore: nello scrivere infatti, parte dalla sceneggiatura, soffermandosi sui dialoghi e la descrizione della situazione al presente; è solo in un secondo momento che diventa un romanzo, scritto al passato remoto e con una storia più nutrita.

L’uomo del labirinto, in particolare, nasce in maniera un po’ rocambolesca, sul set de La ragazza nella nebbia. Una mattina alle 4:00, dopo una notte di riprese al gelo, racconta di essere tornato in albergo e di aver avuto l’idea sotto una doccia calda. Dal giorno dopo, inizia la forsennata presa di appunti sulla sceneggiatura del film, a margine, suscitando la preoccupazione degli attori (esilarante il racconto di un Toni Servillo in preda al panico: “Oddio, sta cambiando le battute!”).

Esempio lampante questo dell’urgenza di scrivere una storia: quando l’idea è lì che ti aspetta, che prende forma, non si può tergiversare, bisogna inseguirla subito. Ed è quello che è successo anche con il primo libro che ha aperto a Donato Carrisi la strada del thriller italiano: Il suggeritore. A quel tempo lavorava in una grande società di produzione a Roma, e quando l’idea è arrivata ha piantato in asso tutto per scriverlo, fra la perplessità del suo agente, del produttore e della fidanzata di allora. Era consapevole del rischio di star correndo: prima del Suggeritore infatti, nel panorama italiano comparivano solo Giorgio Faletti e prima ancora l’indimenticabile Il nome della rosa di Umberto Eco.

Un Carrisi che viene dalla Puglia e non canta, che speranze potrà mai avere? E invece…Il potere dei libri e della buona scrittura rende tutto possibile.

D’altronde, i libri sono l’ultimo rifugio che ci è rimasto: avere un bel libro che ci aspetta a casa sul comodino fa sì che anche una pessima giornata acquisisca una nota piacevole, fosse anche per la lettura di tre pagine prima di crollare addormentati.

In tema col luogo in cui ci troviamo, Il covo della ladra, Carrisi afferma che il mestiere dello scrittore, e il suo in particolare, è paragonabile a quello di un ladro: ruba, mettendo nei libri ciò che più gli piace. E lo stesso è accaduto nel film La ragazza nella nebbia: ha racchiuso in poco più di due ore i thriller degli anni ‘90, come Il silenzio degli innocenti e I soliti sospetti, dando vita ad un film che voleva la gente andasse a guardare in un giorno di pioggia. Non è un caso neppure che L’uomo del labirinto sia nato sul set: Carrisi si nutre di immagini e scrive per immagini. Anche Il suggeritore, prima di diventare un libro, era in realtà la sceneggiatura di un film che nessun produttore voleva produrre. E da lettrice, posso affermare che riesce benissimo a far nascere in chi lo legge dei film mentali (a tal proposito, ci ha rivelato che uno dei migliori complimenti che abbia mai ricevuto fu da parte di un adolescente, che gli disse: “I tuoi libri sono in 3D”).

Un altro nodo centrale attorno al quale ruotano i suoi libri è l’emozione, che spesso scova quando meno se lo aspetta, come la scritta sulla maglietta di una bambina a Londra, che diceva: “Non sai cos’è la paura finchè non senti un colpo di tosse provenire da sotto il tuo letto”. È la paura del buio, quella che tutti pensiamo di aver superato dopo l’infanzia. Gli stessi genitori pensano che il luogo più sicuro per il loro bambino sia la cameretta…di giorno. Ma di notte? I giochi si trasformano in ombre inquietanti e c’è l’armadio, che sussurra.

Dopo un attimo di silenzio carico di consapevolezza (tutti in sala riflettevamo su quanto ciò sia vero) Carrisi ha ammesso di essere il primo a provare paura: come potrebbe infatti suscitarla in noi lettori se lui per primo non la provasse? Ma non crea emozioni artificiali, scava a fondo cercando qualcosa che conosciamo e crediamo di aver superato, come la paura del buio appunto.

La paura ha un meccanismo molto semplice: se i serial killer fossero mostruosi non sarebbero infatti seriali. Li chiamiamo mostri perché vogliamo che siano diversi da noi, ma i veri mostri fanno della normalità il loro primo talento. La paura si crea prendendo qualcosa di elementare e trasformandolo: per fare un esempio, “non c’è suono più bello nella vita della risata di un bambino, tranne se la senti di notte, sei solo in casa e non hai figli”. Detesta gli horror per via dello spavento, che è fine a se stesso. La paura invece è qualcosa di più sottile, che si insinua in profondità. L’uomo del labirinto è il libro, fra quelli che ha scritto, che più lo ha spaventato. Anche in questo caso emerge la sua ossessione per le scomparse, più che per gli omicidi. Dietro una scomparsa può infatti nascondersi qualsiasi cosa, addirittura lo scomparso può avere un ruolo attivo nella propria scomparsa, può aver deciso di sparire. Inoltre, mentre con la morte si patteggia, con la scomparsa no: dopo aver incontrato genitori di scomparsi, è giunto alla consapevolezza che si tratta, per chi rimane, di un tormento, un susseguirsi di “Che fine ha fatto? È vivo o morto? Se è vivo, sta soffrendo? Cosa posso fare?”. Non ci si rassegna, è un lutto che si espande, che passa di generazione in generazione.

Ne L’uomo del labirinto una ragazzina di 13 anni, Samantha Andretti, scompare. Riappare 15 anni dopo, si ritrova in un letto d’ospedale e non ricorda nulla dell’accaduto, poichè il rapitore le somministrava un farmaco psicotico per tenerla buona. Davanti a lei c’è un profiler, il dottor Green: le dice che non si sa se lei sia riuscita a scappare o se sia stata liberata, sono passati 15 anni, il suo rapitore è a piede libero, ma lui è lì per catturarlo. La caccia però non avverrà fuori, bensì in quella stanza d’ospedale, nella sua testa, perché il suo rapitore è ancora lì.

Parallelamente a questa, c’è la storia del personaggio che gli è riuscito meglio, quello a cui Carrisi è più legato: Bruno Genko, investigatore privato un po’ sciatto che, a causa di una patologia cardiaca, ha solo due mesi di vita. Questi due mesi però sono passati e Carrisi comincia a raccontarlo quando il tempo a sua disposizione, a detta dei medici, è scaduto. Cosa fare a questo punto? Proprio quando scadono i due mesi, Samantha riappare. Quasi uno scherzo del destino, perchè anni prima Genko era stato incaricato dai genitori della ragazza per ritrovarla. Lui non aveva creduto in quel caso, anzi pensava Sam fosse morta, perché tutti gli scomparsi dopo un po’ di tempo sono dati per morti. E allora forse quel tempo supplementare gli è stato concesso per trovare il mostro che ha tenuto con sé la ragazza per 15 lunghi anni.

Carrisi sottolinea che gli interessava molto focalizzarsi su questo tempo supplementare, perché in esso si stabilisce chi e cosa siamo realmente, dà un senso all’intera esistenza, ciò che si è stato fino a quel momento non conta più nulla. Genko si trova al limite di un’apocalisse che riguarda solo lui e anche il finale del libro ha molto a che fare con questo.

A proposito di finali: Carrisi ammette di amarli. Pensandoci bene, i libri che ci piacciono di più sono quelli che non finiscono con l’ultima pagina, ma sono quelli che continuano, che ci portiamo dietro. Lui scrive partendo dal finale, perché se non ci si ricorda il finale di un libro è difficile che ci sia piaciuto. È proprio il finale infatti che dà senso al tempo che abbiamo speso a leggere un libro o a guardare un film.

Ne L’uomo del labirinto, ha investito molto sul finale ed è sicuro di spiazzare i lettori. Ha inoltre rivelato che in questo romanzo ci sono collegamenti profondi con tutto quello che ha scritto fino ad oggi: sta solo a noi scoprire quali!

Tornando agli albori del suo successo, ha ammesso candidamente che il primo romanzo non laurea uno scrittore, poiché un vero scrittore si vede al secondo romanzo. Ed è molto difficile scriverne un secondo quando il primo ha avuto molto successo. Proprio quando dai suoi cassetti pieni di storie ne aveva scelta una che sarebbe diventata il suo secondo romanzo, ricevette una telefonata da un suo amico che gli propose di incontrare una persona, che in sole due ore gli racconterà il thriller più straordinario che abbia mai sentito. Tale fu l’entusiasmo da decidere repentinamente di comunicare al suo editore che intendeva mollare il libro su cui stava lavorando per ricominciare daccapo. Follia, direte voi? Forse. Ma se non fosse stata per quella scelta azzardata, noi non avremmo mai conosciuto Marcus.

Sì, perché la persona che Carrisi ha incontrato su suggerimento del suo amico era un prete, Padre Jonathan, che con una semplice domanda gli ha spalancato le porte del suo secondo successo: “Secondo te, qual è l’archivio criminale più grande del mondo?” Ebbene, questo archivio si trova a Roma, precisamente in Vaticano, ed è l’archivio della Penitenzieria Apostolica, il più antico fra i dicasteri della Chiesa, quello dove vengono raccolti e conservati da secoli i peccati mortali degli uomini. Se si commette un omicidio e lo si narra ad un prete, questo non potrà dare l’assoluzione: dovrà trascrivere il peccato e trasmetterlo a Roma, dove c’è un apposito organo giudicante che nel giro di 48 ore darà un responso: questo organo giudicante si chiama Tribunale delle Anime ed è stato istituito intorno al XII secolo quando, durante un anno santo, il papa, che aveva il potere delle indulgenze, oberato di lavoro, delegò questa funzione ai monaci domenicani, che raccolsero i peccati in un archivio. Su questi peccati si sono formati dei preti, diventando veri e propri criminologi, spesso coinvolti in fatti criminali reali dalla polizia quando si presenta in essi un’anomalia, una crepa che non riescono ad interpretare. L’archivio è visitabile e offre a tutti noi un insegnamento importante: il bene si evolve insieme all’umanità, il male rimane sempre identico a se stesso. E nonostante ciò, non siamo in grado di riconoscerlo. I serial killer sono sempre esistiti, ne parlava addirittura Torquemada definendoli lobos (lupi), che agivano con la luna piena (da qui hanno avuto origine le storie sui licantropi) perché in assenza di energia elettrica di notte era più facile muoversi e colpire. Anche le nostre fiabe ci raccontano storie criminali: Cappuccetto Rosso, ad esempio, è una storia di pedofilia. In passato, in assenza dei media, le fiabe della buonanotte erano il mezzo fondamentale per tramandare il senso del pericolo, tant’è che avevano tutte un finale tragico (pensate all’Antologia delle Fiabe di Calvino). È solo in seguito che i fratelli Grimm hanno aggiunto un prefisso e un suffisso alle fiabe (rovinandole, a detta di Carrisi): c’era una volta, e vissero tutti felici e contenti.

L’incontro si è concluso parlando de La donna dei fiori di carta, una storia d’amore nata in seguito a una sfida nei confronti di un giornalista che, durante una conferenza stampa, gli chiese se fosse in grado di scriverne una.

Dal punto di vista letterario, le storie d’amore hanno la stessa struttura del thriller. Secondo Carrisi, una storia d’amore per essere interessante deve avere una vittima e un carnefice. Le storie d’amore perfette che durano tutta la vita non costituiscono uno spunto efficace per dare vita ad una storia. E ne fa un esempio: «Un giorno ero sul treno, mancavano solo due stazioni al raggiungimento della mia destinazione. In quel momento salì una ragazza, di cui rimasi folgorato al primo sguardo. Si sedette di fronte a me. “Come faccio ad approcciarla?”, mi chiesi. “Non posso accettare l’idea di scendere dal treno senza neppure conoscere il suo nome, potrebbe essere la donna della mia vita!”. Notai che lei fissava con insistenza il Corriere della Sera, che avevo appena finito di leggere. “Adesso, se scendo dal treno e lascio qui il giornale, lei lo prenderà”, pensai. Presi una penna e cominciai a scrivere sul bordo del giornale: “Cara sconosciuta, sono lo sconosciuto seduto di fronte a te. Ti ho vista entrare e subito ho capito che probabilmente ci lega qualcosa di profondo. Non posso andar via col pensiero che non ci rivedremo più, che non sentirò il suono della tua voce, che non conoscerò mai il tuo nome. Ecco perché affido queste parole ad un giornale, come un naufrago affida il proprio ultimo messaggio a una bottiglia e quindi all’oceano, nella speranza che tu lo prenda, legga questo messaggio e decida di rispondermi. A tal proposito, ti lascio il mio indirizzo mail, non il numero di telefono, perché ad una lettera si risponde con una lettera”. Scritto questo messaggio, arrivò la mia stazione. Lasciai il giornale e scesi.

Tutto questo è un thriller. Se vi dicessi: ci siamo innamorati, ci siamo sposati e abbiamo avuto tantissimi figli, sareste appagati? No. Cos’è che vi ha intrigato, cos’è che vi ha lasciato col fiato sospeso? È il mistero».

Non ci ha raccontato il finale di questa storia, e non abbiamo neppure saputo se fosse reale o inventata di sana pianta. Quel che è certo, è che aveva mostrato il suo punto di vista, facendoci pendere dalle sue labbra: anche una storia d’amore può essere un thriller.

Veronica Palermo

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