“Delirio”, di Vincenzo De Lillo è un romanzo d’esordio, edito da Biplane Edizioni, pubblicato a maggio 2020.

A Napoli i vizi si pagano, e anche caro. Stai attento a non metterti contro i pusher, e i capi dei pusher, o contro il Vampiro, e il capo di questi; stai attento a non scommettere, o un tirapiedi verrà a cercarti… Perché se non hai i soldi, i vizi li paghi con la vita.

delirio

Titolo: Delirio
Autore: Vincenzo De Lillo
Genere: Romanzo contemporaneo
Editore: Biplane Edizioni
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Trama

Io te vattess’ solo per quant si scem’… Zainetto, calzini e mutande rigorosamente dedicate ai cartoni animati più amati, alto, magro e un po’ bruttino con quegli occhi da cernia lessa: è “Lui”, Vittorio Valeria Vlad (“V”) Delirio! Sullo sfondo di una Napoli eterea ma reale, V è un tipo che sa come godersi la vita: soldi a fiumi, una passione sfrenata per le scommesse ippiche, aperitivi e serate allegre al Moby’s, dove è solito incontrare una bizzarra varietà di personaggi. Qualche piccolo inconveniente che il padre ha con la Finanza però prosciuga i suoi conti. Da un momento all’altro, “TRANSAZIONE NEGATA” diventa il suo leitmotiv, scatenando tutti i suoi guai. I creditori di V e i loro tirapiedi – Mobydick, Piranha, Tonino Dracula e Ken O’ Guerriero – non aspettano più ed esigono di essere pagati, iniziando la caccia. Come Cesare Settebellezze, che invece cerca V per un altro motivo. La storia di una rocambolesca fuga d’amore e “di lavoro” verso Roma, condivisa da V con la super energica Diana, sua fidanzatina “riciclata” dai tempi del liceo, dà il via libera a inseguimenti, scambi di persona e appostamenti bizzarri.

Recensione

Allampanato, pancetta da birra (e anche da qualcos’altro), V come Vittorio Valeria Vlad Delirio non si sveglia mai prima di mezzogiorno e non eccelle in niente. Non è particolarmente intelligente, o particolarmente ironico, o gentile. Non è una persona di carattere… Anzi, forse qualcosa in cui V eccelle c’è: negli stravizi. Droghe leggere e pesanti, promiscuità varie ed eventuali, scommesse fatte senza un minimo di raziocinio. La sua vita scorre monotona e vuota così, tra una canna e un incontro (rigorosamente a pagamento) licenzioso e una visitina all’ippodromo. Non che ce ne capisca molto di corse di cavalli, ma i soldi ci sono: l’ingegner Delirio, padre ricco ma assente, paga tutto in monete sonanti.

“Perché V, quando fa baldoria, non si fa mancare davvero nulla. Il vero problema è che questo accade fin troppo spesso: almeno quattro giorni a settimana, anche se non sempre consecutivi. Giusto perché non diventi un fatto scontato, perché ormai a ventiquattro anni compiuti non riesce a reggere due notti brave di seguito e quindi, alcune sere, gli bastano “solo” un paio di vodke – come ama dire il giovane – lisce e uno spinello di crack per crollare come un suino dopo un lauto pasto, sul suo letto (non di rado anche solo nei paraggi, come sotto o di lato, o addirittura una volta, nell’armadio a muro in piedi, come da tradizione equina).”

V si stordisce ogni sera, senza un vero obiettivo o progetto di vita, giusto per non vedere quanto vuota sia la sua esistenza. Questo fino a quando l’ingegnere è in grado di pagare, ma appena i soldi saranno finiti e il padre di V si sarà dato alla macchia e qualsiasi ATM darà sempre solo “Transazione negata”, come una sentenza a cui il povero V, uno spiantato privo di qualsivoglia risorsa, non potrà opporsi, ecco che comincia l’avventura.

“Così si alza, si veste e prepara una sorta di fagotto, riponendo nel suo zaino preferito, quello delle Tartarughe Ninja, due calzini spaiati, una maglietta, una tuta e un paio di mutande, scelte accuratamente tra quelle di Paperino, Captain America e Hello Kitty, perché per l’intimo, il coglione, ha un certo gusto, ed esce di casa correndo”.

La prima cosa che mi sentirei di sottolineare è che l’autore partenopeo, Vincenzo De Lillo, si è servito di un protagonista ben lontano dal prototipo Gary Stu (il corrispettivo maschile di Mary Sue). Infatti, lungi dal ritrarre V in maniera idealizzata, come un personaggio privo di difetti, un eroe, le cui abilità spesso eccezionali non vengono mai giustificate lungo tutto il romanzo o infine giustificate in maniera parziale, De Lillo coraggiosamente descrive V come uno che non la fa mai giusta. Le sbaglia praticamente tutte, senza neanche impegnarsi troppo. Un cretino fatto e finito, un ingenuo che non sa stare al mondo, che non sa decodificare le emozioni che prova, figuriamoci dare un nome ai sentimenti, che alla fine ti ruba un pezzo di cuore.

Per il titolo e la copertina, azzeccatissimi, probabilmente tocca ringraziare la CE. Di certo possiamo notare che “Delirio” è narrato in terza persona, con POV che si sposta all’occasione da un personaggio all’altro, che aiutandosi con qualche frase sapiente riesce a caratterizzare bene non soltanto il protagonista ma anche i comprimari. Tutto ciò senza appesantire troppo la lettura: ho raccolto le briciole di pane lasciate dall’autore per ottenere il quadro d’insieme e tutto corrispondeva, ogni cosa collimava, come se stessi mettendo insieme i pezzi di un puzzle. E il mio animo insospettabilmente irrequieto indovinate che tiro mancino mi ha giocato? Mi ha fatta innamorare di Cesare Settebellezze. Mi direte.

La prosa scorrevole e leggera, condita da un pizzico di sarcasmo che spesso arriva a essere cattivello, fanno il resto: è un libro che si legge tutto d’un fiato. Mi ha suscitato risate e, sorpresa, pure commozione.

Per quanto io abbia trovato un’improprietà di linguaggio che mi ha fatto storcere il naso, la mia valutazione di “Delirio” rimane assolutamente positiva. De Lillo, buona la prima.

Alessia Garbo

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