“L’isola dei fiori blu” è un romanzo di narrativa contemporanea che potrei definire d’avventura.

Chiunque abbia un’età compresa tra i dodici e i cent’anni può godersi le parole di Carlotta De Melas e immedesimarsi in tutti i suoi personaggi.

L'isola dei fiori blu

Titolo: L’isola dei fiori blu
Autrice: Carlotta De Melas
Genere: Romanzo contemporaneo
Editore: Watson
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Trama

Ottavia è una diciassettenne introversa e abituata da una vita a sentirsi un pesce fuor d’acqua. Vittima di bullismo, preferisce nascondere la solitudine e le angherie che è costretta a subire persino alla madre, la sua unica amica. Tuttavia, quando durante una festa la cattiveria dei suoi compagni supera limiti invalicabili, ecco che il suo castello di bugie crolla e nulla sembra essere in grado di salvarla dal cumulo di speranze infrante e sogni distrutti sotto i quali è sprofondata.

A offrirle una via di fuga, e un’occasione di riscatto, è proprio Clara, la madre, che decide di far (ri)scoprire a Ottavia le sue radici, intraprendendo con lei un viaggio che le porterà nel paradiso indonesiano dell’Isola dei Draghi, terra di origine del padre che Ottavia non ha mai conosciuto, scomparso durante una guerra civile a pochi mesi dal suo concepimento. Una terra in cui cielo e terra, sogno e realtà, presente e passato si mescoleranno fino a diventare inscindibili. Eko, Nirmala, Eduardo, Dian: nomi misteriosi, suggestivi, in grado di evocare leggende e segreti troppo a lungo sepolti, che porteranno Ottavia a scoprire una parte di sé fino a quel momento sconosciuta.

 

Recensione

Diciassette anni a vivere così, fingendo che tutto vada più che bene, fingendo di avere degli amici e una vita piena, diciassette anni a sentirsi inadeguata, troppo piccola anche solo per protestare. È questa l’esistenza di Ottavia, la protagonista de “L’isola dei fiori blu”, una “cinese”, una stramba, una di quelle tanto solitarie da andare al cinema tutta sola per simulare a beneficio della madre un’uscita tra compagni di scuola, un bersaglio fin troppo facile, per  adolescenti senza empatia, da bullizzare…

“Che ne sa, il mondo, di me, che sono solo una caccola, qualcosa di minimo, senza importanza. Guardalo come va avanti tranquillo, come uno schiacciasassi.”

Quando la vicenda raggiunge il punto di non ritorno, però, Clara – sua madre – le lancia un proverbiale salvagente: andare insieme sull’Isola dei draghi, il luogo che ha visto nascere l’amore tra lei ed Eko, il papà di Ottavia, scomparso prematuramente. Sarà un’estate decisiva, che segnerà la  rinascita di Ottavia e il suo passaggio all’età adulta.

“Sai, papà, non so se puoi sentirmi, non so dove ti trovi ora, ma avrei voluto conoscerti più di qualunque altra cosa al mondo, avrei voluto chiederti di raccontarmi come hai capito di amare la mamma e cosa hai provato quando ti ha detto che aspettava me, quando non ero altro che una specie di girino nella sua pancia”.

Ecco che tutte le favole della buonanotte che Clara raccontava a Ottavia si materializzano di colpo, in un’isola fittizia nel cuore dell’Indonesia, ecco che Ottavia (e noi con lei) può scoprire le sue origini e stare in mezzo a persone che hanno i suoi stessi tratti somatici, persone che non si prenderanno certo gioco di lei per il suo aspetto o per quel suo essere tanto riflessiva. Ecco che tutti i tasselli tornano presto al loro posto. Ottavia tornerà in qualche maniera, anche se il sentiero è tortuoso, ad avere fiducia nel prossimo. E sarà bellissimo, sarà un sollievo anche per il lettore.

“Io sarei un lemure e non mi resta altro che trovare altri lemuri, dato che le scimmiette non accetteranno mai animali diversi da loro”.

“L’isola dei fiori blu” è diviso in due parti: c’è un “prima dell’Isola dei draghi” e un dopo. Prima c’è la vita di Ottavia e Clara sole a Siena, tra suggestive mura medievali e meno suggestive mura invalicabili tra loro due e i crudeli comprimari di questa parte della storia. Poi ci sono Ottavia, Clara, una terra bianca, un cielo privo di nuvole, mare e personaggi spirituali, come Shanti, per cui tutto è o bianco o nero. Bene o male. Giusto o sbagliato. Tra le due, ho sinceramente preferito la seconda parte, mi ha emozionata moltissimo.

“Come vedi, tutto quello che facciamo o non facciamo dipende da come si muove il nostro universo. Sbagliamo, cadiamo, ci facciamo male e poi mezzi malandati ci rialziamo e continuiamo a camminare, perché è la sola cosa che possiamo fare”.

Il punto di vista è unico, dunque la narrazione di questo romanzo spetta quasi del tutto a Ottavia, tranne nei momenti in cui Clara racconta della sua infanzia e della sua adolescenza nell’Isola dei draghi. La scelta di Carlotta De Melas non mi è dispiaciuta affatto: sapete quanto io ami le storie adolescenziali, e Ottavia incarna l’adolescente che mi auguro di leggere quando mi approccio a questo tipo di romanzi. Piena di insicurezze, contraddizioni, ma allo stesso tempo con una maturità insolita, che le conferisce una particolare visione sul mondo e su come dovrebbero andare le cose, così positiva, fiduciosa…

Se paragonata a Ottavia e Shanti, Clara è il personaggio che prediligo meno. Avrà anche fatto i suoi errori, tutti i personaggi di un romanzo sono tenuti a farli per risultare più umani e verosimili, ma è un po’ una Marie Sue nei dialoghi, la vedevo perfettina, mi sembrava che usasse delle frasi preconfezionate.

Ottima l’intuizione dell’autrice di offrire al lettore un confronto tra gli antagonisti toscani dai comportamenti tossici, irrispettosi e dannosi e il popolo dell’Isola dei draghi, presenza benevola all’interno de “L’isola dei fiori blu” e utilissimo allo svolgimento della storia. Ogni singolo coprotagonista ha avuto un ruolo e nessuno è stato preso e buttato lì tra le pagine a caso.  
Ho trovato accurate le descrizioni dell’isola e della festa spirituale di Nyepi. In linea di massima la scrittura è buona, precisa dove serve, scorrevole il giusto.

L’unico elemento che abbasserà – solo di poco, perché comunque credo di aver letto un buon libro – la mia valutazione è l’ingenuità con cui è stata trattata la differenza tra Occidente e Oriente, dove il primo risulta molto penalizzato. Sembra, dalla narrazione e dall’approccio che le protagoniste hanno coi fatti, che non si tenga conto delle leggi italiane che vanno a sostegno delle vittime in caso di aggressione e della figura professionale dello psicoterapeuta (che non viene mai neanche nominato) che potrebbe trattare eventuali traumi.

Sembra, sempre da quanto ho potuto leggere, che l’Oriente sia migliore sotto il piano umano, e non solo: due adolescenti decidono di andarsene in giro a fare ricerche da soli in una città devastata da una guerra civile avvenuta appena diciassette anni prima e non si percepisce, tanto per fare un esempio, il minimo pericolo dovuto alla microcriminalità che naturalmente prende piede a seguito di una crisi economica e politica. Ho trovato fosse una componente poco credibile.

“Nella mia terra i bambini giocano con gli aquiloni e auguro a te questo: fiducia, la stessa che hanno loro nei confronti del vento, che può far volare il loro gioco colorato”.

Alessia Garbo

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