Esiste una verità assoluta, o meglio una “Virità”? Per Giusy Sciacca questa può essere singolare o plurale, ma sempre femminile, come quella delle donne che si raccontano nel suo libro.

Ognuno si crea la sua “Virità”. No, non è sbagliato. Provate a leggerlo in siciliano, la terra di Giusy Sciacca e sentirete come suona meglio. Ma che venga detto in italiano o anche in dialetto esiste un’unica certezza: questa è sempre femminile. Forse un po’ per controsenso se consideriamo quanto spesso le storie delle donne siano in realtà celate alla storia. Con il suo libro “Virità femminile singolare – plurale”, Giusy Sciacca lascia parlare venti donne, del mito o della storia, per sentire le loro “Virità”.

 

Titolo: Virità femminile singolare – plurale
Autore: Giusy Sciacca
Editore: Edizioni d’arte Kalós
Genere: Narrativa contemporanea (Racconti)
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Trama

Qual è la verità? Domanda sbagliata. La verità non è mai solo singolare, ma di certo è femminile. Così le protagoniste di questi venti racconti, stanche di essere spesso dimenticate o travisate, prendono la parola per narrare loro la storia e spiegare al lettore la propria versione dei fatti. Alcune abitano sull’Isola dai tempi del mito, altre sono partite per poi ritornare, altre ancora sono arrivate in epoche più moderne, fino a giungere agli albori del Novecento. Sono dee, artiste, nobildonne, talvolta sante, ma anche rivoluzionarie, eretiche, scienziate. In una parola, donne. E non aspettano altro che essere ascoltate. Il volume – che è il risultato dell’intreccio di queste singole voci, scelte e filtrate dalla scrittura dell’autrice – diventa così plurale. Come la parola virità, femminile singolare-plurale.

Recensione

C’è una cosa al mondo che dovrebbe essere assoluta ma che viene travisata e filtrata a seconda delle bocche che la pronunciano. Parliamo della verità o, come la chiama Giusy Sciacca, “Virità femminile singolare – plurale”. Fateci caso, che sia una o anche tante “Virità” è sempre uguale, un unico sostantivo per il singolare e il plurale.

“La stessa verità può essere parziale, relativa e appartenere a una e a molte.”

Eppure è sempre femminile, proprio come quelle voci troppo spesso soffocate. Ciò avviene in particolare in zone che troppo spesso hanno avallato il patriarcato, quelle dove le donne non avevano particolari diritti, anche se sono state parte attiva della storia. È in una di queste regioni che Giusy Sciacca decide di dar voce a queste donne, nella sua Sicilia, femminile per antonomasia. Ma ciò che racconta non è limitato solo a quella zona, è una “Virità” di tante perché, citando Goethe, “è in Sicilia che si trova la chiave di tutto”.

“È culla di cultura che è storia in senso molto più ampio dei confini regionali e il vissuto delle protagonista appartiene all’Italia intera e oltre.”

È così che Giusy Sciacca seleziona venti donne che hanno fatto la storia, che hanno in qualche modo cambiato l’isola e l’Italia intera. Sono ninfee, dee, scienziate, rivoluzionare, popolane e nobildonne. Sono donne alle quali è stata negata la possibilità di raccontare la “Virità”, delle quali poco si trova nei libri di storia, ma che erano lì presenti e in molti casi protagoniste.

Giusy Sciacca non si limita a narrarci venti biografie, lei decide di dare alle sue protagoniste quella cosa che per troppo tempo è stata loro negata: la parola. È così, quindi, che dopo una breve descrizione della loro vita, delle avventure che le hanno rese famose, Giusy Sciacca dona loro la penna e consente di aprirsi al lettore che si ritrova proprio dove vogliono, dove c’è la loro “Virità femminile singolare – plurale”.

Trovo che sia proprio questo espediente a rendere ancora più vivo e vivace il racconto delle vite di queste donne, divise non per periodo storico, bensì per il loro apporto alla storia. Troviamo infatti la sezione delle dee e sante, quella delle nobildonne, delle peccatrici e delle scienziate. Ognuna ha il proprio bagaglio di racconto da esternare, che sia ambientato in Sicilia o lontano, ma sempre con uno sguardo alla terra natia.

Quello che invece mi ha un po’ rallentata è stata l’utilizzo del dialetto in alcune storie. Come abbiamo detto le “Virità” sono raccontate dalle stesse protagoniste, in molti casi donne del popolo e quindi abituate ad utilizzare la loro lingua. L’utilizzo del siciliano non è mai pedante o incomprensibile, semmai basta andare avanti di qualche parola e si intuisce il significato, ma in quello stesso frangente può bloccare. D’altro canto, come ho detto aiuta a rendere più coinvolgente le storie narrate. Quindi direi che in fin dei conti Giusy Sciacca ha scelto il compromesso ideale.

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