Buongiorno cari divoratori di libri! Cosa pensate di mangiare oggi? Un Romance a colazione e un Giallo per cena? Io avrei da proporvi qualcosa di diverso, qualcosa che, chi non fa teatro, generalmente ignora a priori. Posso dirvi, senza indugi ed esagerazioni, che i testi teatrali hanno un fascino particolare, una loro bellezza che non può esser paragonata, né per difetto né per eccesso, ai testi narrativi. Sarò di parte, ma credo ne valga la pena, soprattutto per spaziare nelle proprie letture, perché divorare sempre le stesse cose può non far bene. La dieta è buona finché varia! Dunque, avrei tanti testi teatrali, tante drammaturgie da consigliarvi, ma oggi vi propongo questa piccola piacevole scoperta. Fragole a novembre di Prisca Turazzi, scritto per il progetto indipendente Misfatti!

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  SINOSSI

Francesca ha visto la propria vita appassire, fallimento dopo fallimento. Non crede più in se stessa né nel proprio futuro. Sarà attraverso lo schermo che ritroverà una dimensione dove dar sfogo ai propri desideri e bisogni. Una nuova fantasia condivisa con Salvo, uno scultore misantropo e scorbutico, che la farà sentire per la prima volta… libera.
Ma riusciranno i loro sentimenti a sopravvivere alla realtà?

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RECENSIONE

Fragole a novembre è un testo teatrale decisamente singolare. Un viaggio attraverso la capacità che ha un cuore di plasmare il mondo. Procede rapido saltando da un contesto ad un altro, dalla realtà al ricordo, costruendo persino la scenografia della fantasia. Si va vera, tangibile, come se la distanza tra miraggio e realtà fosse costituita da un filo talmente sottile da spostarsi pian piano. Appare come fosse una coreografia. Una danza di situazioni che compongono l’intera sceneggiatura. Me la immagino così, talvolta, come una vera e propria danza. E agli attori basterebbe muoversi sui propri passi e far scorrere i messaggi, le immagini, e i contesti. Si perderebbero però le parole, i dialoghi ben scritti, incastrati da una voce narrante protagonista del tutto. È narratrice, è protagonista, è la banner_2guida di tutta la storia, come se la presentasse, vivendola e ricordandola, tra gesti e parole. Questo lo rende un testo teatrale non facile per l’attore, che deve riuscire ad immedesimarsi in situazioni istantanee e completamente diverse tra loro. Deve riuscire a calarsi nei cambiamenti intimi di un personaggio, tra il presente, il passato e la fantasia. Si legge il messaggio di una difficoltà di fondo. La pericolosità dell’uomo di farsi da solo isola. Francesca cade spesso in questo errore. Non solo, come avviene inconsapevolmente a ciascuno di noi, protetta dallo schermo di un cellulare nel quale si libera a tal punto da parlare da sola e preoccuparsi esclusivamente per se stessa, ma durante tutto (o quasi) il testo, Francesca sembra raccontare la sua storia a Sergio, poi al pubblico, ma talvolta, più banner_3che un monologo, sembra affrontare un soliloquio. Si fa isola in un mondo pieno di possibilità comunicative ma dove cadere nell’egocentrismo più pericoloso è semplicissimo. Così non si riesce a vedere l’insieme, si riesce solo a raccontare una storia senza viverla, e a raccontarsi delle storie, senza capirle davvero. È un testo da scoprire e da assaporare, da leggere ad alta voce, dai dialoghi alle didascalie. Vien voglia di metterlo in scena. Vien voglia pure di star seduti a teatro e vedere Francesca immersa nel suo apparente monologo, che si fa soliloquio, chiusa nella sua amata bolla, ma pronta a scoprirsi vera, lontana dalle sue amate protezioni. 

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Alessia Di Maria

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