“Di notte, sul mare” è il titolo del film breve che vede Francesca Schirru al suo debutto. In anteprima esclusiva per la piattaforma Rai Play dal 29 aprile il film si propone di mettere in mostra un binomio fin troppo conosciuto nelle piccole province.

Francesca Schirru debutta con il suo primo lavoro da regista con un film breve dal titolo “Di notte, sul mare” in anteprima esclusiva sulla piattaforma Rai Play dal 29 aprile. In occasione di questo evento abbiamo avuto modo di partecipare alla conferenza stampa tenutasi online (trovate QUI l’articolo a riguardo). Un incontro che ha permesso di approfondire diversi aspetti intrinsechi della sceneggiatura che la regista e gli attori principali, Angela Curri, Nicolas Orzalla, Arianna Gambaccini e Domenico Fortunato hanno saputo trasmette.

Al termine della conferenza abbiamo avuto modo di approfondire con Francesca Schirru anche altri aspetti, non solo quelli riguardanti “Sul mare, di notte”. Ma anche riguardo al percorso che le ha permesso di approdare su Rai Play grazie alla produzione di RaiCinema, Altre Storie e Apulia Film Commission. Che hanno permesso, tra le altre cose, anche a un gruppo di giovani del liceo “Tito Livio” di Martina Franca il ritorno al cinema tanto atteso.

Di notte sul mare. Francesca Schirru

Intervista a Francesca Schirru regista di “Di notte, sul mare”, in esclusiva su Ray Play.

Vorremmo iniziare complimentandoci per la regia di questo film che, anche se breve, riesce a trasmettere sensazioni uniche e forti. Ed è proprio dalla durata che ci piacerebbe iniziare questa chiacchierata domandandoti se sia stato difficile confrontarti con un tempo che potremmo definire “ambiguo” rispetto ai classici 12 del cortometraggio o ai 120 del film tradizionale.

Difficile direi di no. Non ho trovato difficoltà a confrontarmi con questo formato in se inconsueto, ma anzi ritengo che sia stata più un’opportunità che mi ha permesso di sviluppare la storia che richiedeva proprio la necessità di un’ampiezza maggiore rispetto a quella del cortometraggio dove non sarei riuscita ad esprimere tutte le sfumature e le dinamiche che avevo in mente.

Un aspetto molto evidente del film, di cui si è discusso a lungo anche nella conferenza, sono i silenzi che invece di non dire risultano molto evocativi. Questa è la tua prima esperienza e di solito quella in cui si tende a dire tanto con le parole, come ad esempio ad un primo appuntamento in cui si teme proprio il silenzio. Come è stato confrontarsi nei fatti con questa scelta narrativa?

Diciamo che questa forma di comunicazione mi appartiene e rappresenta anche un po’ la mia idea del cinema come espressione, dove il non detto prevale sul detto. È stato quindi paradossalmente facile per me esprimermi con questo modo in quanto credo che mi appartenga come autore. Sicuramente il silenzio, o meglio il non detto poiché ho preferito il suono alla parola, dà anche l’opportunità allo spettatore di essere più attivo nel recepire il film perché lo rende più partecipe e lo incuriosisce di più stimolandolo a porsi delle domande e cercare di capire e comprendere ciò che sta vedendo. È una forma che è venuta fuori in modo abbastanza naturale.

Passando al tuo percorso, ciò che colpisce della tua biografia è la presenza dell’arte nella tua vita contrapposta alla scelta universitaria come se fosse il “piano B” che garantisce il futuro. In questo senso com’è stato sapere che il tuo film fa parte di un progetto che prevede la partecipazione attiva dei giovani, il loro ritorno al cinema e l’orientamento lavorativo verso il mondo cinematografico?

Qui si apre un mondo perché ho dedicato la mia vita allo studio della danza in tutte le sue forme fermandomi quando ho capito che quella non poteva essere la mia strada e scegliendo la facoltà di Economia dopo il Classico. In realtà in quel momento non ho vissuto questa scelta come “Piano B” poiché ero talmente tanto disillusa del poter fare dell’arte la mia vita che ho preferito puntare su ciò che al tempo era comunque un interesse. Con il tempo però il malessere è cresciuto come la passione del cinema e faceva affievolire quella per l’economia. Ma, paradossalmente, questo studio mi ha consentito di approdare al cinema. Io infatti non ho frequentato la scuola di cinema ma volevo provare in tutti i modi a lavorare in questo ambito e i miei studi mi hanno consentito di entrare in una piccola produzione indipendente che mi ha permesso di lavorare anche con Mimmo Calopresti. È la dimostrazione che “nella vita tutto serve”, anche se è una frase fatta, ma nel mio caso molto vera perché mi ha aperto le porte di questo mondo, nonostante il percorso sia stato lungo. E spero che sia proprio questo che arrivi ai giovani, il provarci, non arrendersi, non darsi per vinti e fare esperienza che può aprire una porta, anche se piccola, da cui poi farsi spazio.

Restando in tema con l’orientamento lavorativo, da dove è nata la passione per la regia? Di solito si tende a mirare a ruoli più visibili non considerando tutto ciò che avviene invece dietro la macchina da presa.

La regia credo sia arrivata in modo molto naturale poiché mi ha sempre incuriosito la costruzione della scena, a partire dal racconto e dalla scrittura e poi proprio la messa in scena. Credo mi appartenga molto il pensare, mi piace analizzare le cose per realizzarle. La regia è un po’ il connubio tra le mie passioni e le capacità che vengono anche dallo studio della danza, un po’ una sintesi del lungo percorso fatto.

Collegandoci al tuo percorso lavorativo, questo è il primo film che porta il tuo nome, ma non sei nuova alla regia avendo alle spalle esperienze con nomi rinomati. Com’è stato lavorare con loro e cosa ti hanno lasciato?

Credo di aver imparato da tutte le esperienze svolte in tutti gli ambiti. Ho avuto la fortuna di lavorare molto giovane con Mimmo Calopresti e successivamente anche con Domenico Fortunato alla sua opera prima “Wine to love”, e collaborare alla sceneggiatura del suo secondo film “Bentornato papà”. E adesso sto collaborando alla scrittura del secondo film di Francesca Muci. Ognuno ha le sue caratteristiche, il suo bagaglio di conoscenze. Sono tutti professionisti da cui si può imparare moltissimo. Sicuramente quello che cerco di apprendere è il metodo perché mi incuriosisce il diverso approccio di ciascuno rispetto alla regia o alla scrittura. Ad esempio da Mimmo ho imparato la sua istintività, lui ha un intuito naturale per la regia, mentre da Domenico Fortunato ho imparato la direzione degli attori, lui ha una cura molto meticolosa della direzione degli attori. Mi piacerebbe poter continuare a collaborare con grandi professionisti per continuare a crescere, la definisco la mia scuola.

Parlando di gestione degli attori, trattandosi di un esordio, hai ritenuto più facile confrontarti con giovani tuoi coetanei come Angela Curri e Nicolas Orzella o attori già formati come appunto Domenico Fortunato e Arianna Gambaccini?

Devo dire che nonostante Angela e Nicolas siano molto giovani sono grandi professionisti, aspetto che mi ha portato a non dover operare tanto diversamente rispetto ad esempio a Domenico Fortunato e Arianna che hanno anche diversi anni di esperienza. È bastato parlare molto con loro, provare, dire loro le mie intenzioni rispetto alla storia e poi confrontarci per arrivare insieme alla buona riuscita del film. È stato tutto molto naturale grazie anche alla loro professionalità che mi ha consentito di non fare quel lavoro che di solito si fa con i giovani esordienti. Mi ritengo molto fortunata in questo ambito.

Fabiola Criscuolo.

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