Nel Giorno della Memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto, Rai Play trasmette in anteprima l’ultimo lavoro di Giulio Base, “Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma”, un film per i giovani dai giovani.

In occasione della Prima del nuovo film di Giulio Base, noi di Tratto Rosa siamo state invitate alla conferenza stampa (di cui trovate QUI il resoconto) per parlare dell’ultimo lavoro del regista “Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma”. Un film questo che racconta l’Olocausto in veste nuova, al presente e non al passato, per rispettare le volontà di Israel Cesare Moscati, ideatore del progetto che ha sempre visto il Giorno della Memoria come occasione per far apprendere ai giovani le atrocità di un passato che non deve ritornare.

Al termine della conferenza, dedicata al regista ebreo scomparso prematuramente, abbiamo avuto modo di intervistare Giulio Base e di approfondire con lui molti degli aspetti del film, e in particolare perché sia così importante fare arrivare questo messaggio così forte ai giovani di oggi.

Intervista a Giulio Base

Ci teniamo per prima cosa a complimentarci per il film e per le scene che toccano il cuore dello spettatore, specie quella in memoria di Israel Cesare Moscati a cui si deve l’idea di partenza. Avete lavorato insieme alla realizzazione; poi, Israel è venuto a mancare pochi mesi prima dell’inizio delle riprese. Cosa si prova a vedere realizzata un’opera così sentita senza potersi confrontare con lui di persona?

È stato un grande onore poter raccontare una storia così importante non solo del nostro paese ma di mondiale. Un onore, ma soprattutto una responsabilità, in cui ho cercato di non fare passi falsi, di non dire cose inesatte e non vere. Ho lottato con il rischio di non voler fare una lezione di storia, perché per questo ci sono i libri, ma l’intento era quello di emozionare e saper far funzionare questo racconto. Fortunatamente il soggetto di Israel era pregno di tante cose e riprendeva la sua vulcanicità. Avrebbe voluto raccontare tutta la sua vita, la vita degli altri, la passione per il mondo e la compassione di queste storie che elementi della sua famiglia avevano vissuti. Era questo il filo sottile da mantenere per non farlo diventare uno sfruttamento emotivo ma neanche una calma piatta di saggistica che non interessasse le nuove generazioni che era proprio quelle a cui Israel voleva rivolgersi.

Si è parlato molto infatti di un film per i giovani dai giovani, con un cast demograficamente più piccolo rispetto a quelli che siamo abituati a vedere per sceneggiati di questo tipo. Di solito sono gli adulti che raccontano, ma qui sembra esserci un risvolto: ai giovani che vogliono urlare a gran voce ciò che è stato, si contrappongono adulti che preferiscono conservare per loro il passato rinunciando a scoprire la verità. Come mai questa scelta narrativa?

L’idea di “Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma” è nata dalla volontà di creare quello che nel cinema di chiama “Coming of age”, tipo un “teen drama” dove proprio gli adolescenti si potessero sentire sia strumento che protagonisti del racconto. I giovani hanno in loro un fuoco che li spinge a far vibrare il mondo. Quindi chi meglio dei giovani può dare voce e corpo a quello che io ritengo sia una lotta doverosa. La memoria non è un vanto, ma un dovere soprattutto in fatti luttuosi come questo. Perché non parliamo di un’ecatombe naturale, non è come questa pandemia. Lì si parla di crudeltà umana, di uomini che hanno compiuto maledettamente e assurdamente, in maniera cinica e folle, male agli altri uomini. Questo va ricordato, va evitato, redarguito. Anche dove si trovano manifestazioni stupide di negazionismo abbiamo il dover di far ragionare, perché l’ignoranza spesso è mancanza di amore. Dell volte basta poco, far ragionare, dare una carezza e l’ignoranza è poi madre delle tragedie.

Parlando proprio del negazionismo, poiché sono proprio i giovani i primi a intraprendere questa direzione, ritiene che un film che dia voce a dei loro coetanei possa abbattere i muri di cui parlavamo prima che si sono creati con gli anni?

Io me lo auguro e il mio auspicio è proprio quello di fare un servizio. Io e i ragazzi abbiamo messo l’ego alle spalle, caratteristica difficile da trovare a quell’età. Perseguivano tutti una mira, la memoria appunto. Che poi questo abbia un risultato io me lo auguro ma intanto ritengo sia una operazione meritoria che “Ray Play” lo trasmetta in anteprima nel Giorno della Memoria. Questo è lo strumento che i giovani usano di più, non sono più soliti guardare la televisione, ma preferiscono dispositivi come tablet e computer. E allora è importante che una storia di giovani per i giovani sia trasmessa su una piattaforma frequentata soprattutto dai giovani. Poi la memoria è contagiosa. Attraverso un passaparola una storia toccante può arrivare a tutti e fa sì che determinate cose possano non succedere. Dobbiamo lottare contro la mancanza di memoria e il fenomeno del razzismo.

Il cielo stellato sopra il ghetto di Roma
È stato difficile creare un cast giovane che riuscisse a rispecchiare questa volontà?

Non è stato facile, abbiamo visto tantissime persone e mi ritengo davvero fortunato. Una cosa di cui sono felice è di aver trovato questi ragazzi puliti, bravi, professionisti, non casinisti, allegri quando dovevano e seriosi al momento opportuno. Nessuno ha voluto primeggiare, tutti remavano nella stessa direzione. Se avessi dovuto avere una conferma, che non mi serviva perché io lo vedo dentro casa che i ragazzi sono forti, che le nuove generazioni ci danno speranze io l’ho avuta. Del resto, l’essere umano va a migliorare quindi sta a voi e quelli che verranno dopo fare le cose sempre meglio.

Durante la conferenza ha raccontato del lavoro di ricerca che c’è dietro questo film e il risultato evidente. È emerso da qualche documento una storia come quella di Sarah Cohen?

Non è vera Sarah Cohen in sé. Lei è la rappresentazione di tante storie come questa. Per esempio, Lia Levi, una delle sopravvissute all’Olocausto che ha 89 anni, ha dichiarato di essersi salvata perché la madre l’ha nascosta in un convento di suore. Siccome alcuni dei sopravvissuti, la grande maggioranza, sono stati salvati da istituti religiosi, è una storia plausibile. Diciamo che è tutto verosimile fatta salva la fantasia degli autori in storie davvero successe.

La comunione tra la comunità errai e quella cristiana lodata durante la conferenza non traspare sempre durante il film. Perché non riprenderla da subito?

Perché in effetti la ragazza da cui parte la ricerca fa un atto un po’ incongruo. Durante lo “Shabbat”, la festa del riposo, lei vuole entrare nel corso della funzione senza essere controllata, in un luogo dove i controlli sono all’ordine del giorno, quindi mi è sembrato una giusta attenzione da parte dei giovani del servizio d’ordine essere reticenti. Dopodiché, quando scoprono che lei è portatrice di una lettera e di una storia che riguarda anche qualcuno di loro si rimettono all’opera.

Inoltre, così mi dicono, ci sono ancora alcuni genitori di qualche famiglia ebraica che ha delle reticenze nell’ammettere o nell’accettare che i loro figli frequentino fuori della loro comunità, è un dato che esiste. E questo film prova quindi anche ad abbattere quest’altro piccolo muro attraverso la storia d’amore tra questi due giovani, e il turbamento del giovane che si sente legato a migliaia di anni della sua tradizione. Proprio questo legame con la propria cultura è un aspetto che ho scoperto e che mi ha affascinato molto. Sentirsi così legati ma avere dei dubbi, non lo condivido ma lo rispetto perché dipende da un senso di unità. Io ho imparato, dai vari incontri avuti con il rabbino capo, una cosa bellissima, nella lingua ebraica la parola “felicità” non esiste alla prima persona singolare. La si può usare solo se riguarda il noi. Come fai ad essere felice da solo se intorno hai solo miseria e infelicità?

Il film ha visto la sua origine nel novembre 2019. Avete dovuto affrontare anche voi le restrizioni della pandemia?

Noi fortunatamente abbiamo finito appena prima del lockdown, quindi per fortuna non abbiamo avuto nessuna problematica dal punto di vista effettivo. Suppongo sarebbe stato difficile lavorare in quel contesto.

Di Fabiola Criscuolo.

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