Negli ultimi anni l’Inghilterra abbonda nei cassetti dei sognatori, nei diari dei pensatori e nelle tasche dei disperati. Una Londra amica, talvolta nemica; una Londra che forse non è come sulle foto ma che è sempre meglio di quelle che conserviamo già, negli album degli anni che trascorrono uguali. Londra è la luce per chi vive nell’ombra della cameretta dell’infanzia; Londrà è il sole in un’Italia dove, ahinoi, ancora piove. Ma la luce può accecare, e il sole rivelarsi un faro che una volta spento ci costringe all’amara disillusione. Cos’è dunque Londra? Una splendida città ridotta ad un bilico tra mito e falso mito; un luogo magico per il quale si battono in tanti. Ma la domanda è… le valigie, ormai da anni pronte sull’uscio, saranno svuotate altrove? O resteranno piene, sempre in attesa, in balia di una speranza che non dura neppure il tempo di disfarle?

Leggeremo il parere e l’esperienza di chi ci è riuscito, di chi tenta ancora o di chi ha rinunciato. Di chi quelle valigie le ha già svuotate, e chi le ha già pronte sull’uscio, che grattano le porte di Londra per tornare presto a casa.

Ma Londra è un esempio, forse quello più discusso. Sono tante le mete dei giovani che emigrano, conservando le poche speranze sopravvissute per una preziosa occasione.

12268795_10208079826379793_778510317_oQuesta settimana il nostro ospite è Emanuele Micali, un talentuoso musicista e compositore di Palermo, che negli anni si è messo in gioco, dalle band, suonando tra locali e palcoscenici della provincia, alla composizione di colonne sonore teatrali, per la compagnia locale “Arsenico Cafè”. Emanuele è uno di noi, che dopo l’ennesima delusione ha preso la dolce, amara decisione: partire alle volte dell’Inghilterra.

D: Vuoi aggiungere qualcos’altro su Emanuele?

R: No, non penso di dover aggiungere altro!

D: Dunque, questa non è la tua prima volta in Inghilterra. Raccontaci della prima esperienza. Cosa ti ha spinto a partire e cosa a tornare sui tuoi passi?

R: Partire e tornare hanno una risposta in comune: l’immaturità.
La prima volta partii a 19 anni, senza nessuna esperienza lavorativa concreta ma con un sacco di entusiasmo e una discreta padronanza della lingua. La ragione della partenza fu un’occasione donatami da mio fratello, in Inghilterra, per un periodo momentaneo di circa tre anni, che mi chiese se volessi raggiungerlo per trovare lavoro e consecutivamente vivere lì per conto mio.

Accettai immediatamente. Lasciai la mia ragazza, contraria alla cosa; la mia famiglia; la mia band; i miei amici e la compagnia teatrale che fondai un anno prima. Tutto, per seguire un sogno che rinnovavo anno dopo anno nella mia testa da quando avevo 11 anni.

Arrivato in Inghilterra ho chiaramente fatto i conti con la realtà, che paragonata alla “Eldorado” che sognavo aveva ben poco a che fare.

L’Inghilterra non è migliore dell’Italia. L’Inghilterra ha solo altri pro e contro.
Dopo l’adrenalina iniziale capii di sentirmi per la prima volta da solo. Non ero pronto ad affrontare una cosa del genere: mi mancava tutto di Palermo.

Riassumendo, non durai molto dopo quel “crollo”. Cinque mesi e a casa.

D: Di certo le risorse non ti mancano. Non sei una persona priva di talenti o interessi. In che modo hai provato a svilupparli qui?

R: Pratica. Costante e in varie forme.
Come bassista iniziai da autodidatta e poi frequentando l’accademia jazz “The Brass Group”, ma lasciai dopo sei mesi perché la mentalità di una scuola jazz sul basso elettrico non andava d’accordo con la mia.
E di nuovo pratica. Solitaria e insieme a vari gruppi di vari generi musicali.
Poi dal basso decisi di passare ad altro… e nell’indecisione decisi di voler suonare tutto: Computer music.

Anche qui, costante pratica dei software, soprattutto influenzato dal genere orchestrale da soundtracks di videogiochi e film: due mie grandi passioni.

Quasi come se fosse un dejà-vu, iniziai da autodidatta per poi iscrivermi al conservatorio di musica “V. Bellini” di Palermo all’indirizzo “musica elettronica” ma anche qui durai poco! Meno di cinque mesi e abbandonai tutto. Non ero proprio tagliato per studiare la musica.

E di nuovo pratica. Solitaria ( concentrandomi su un misto di orchestrale, industrial rock e Breakbeat ) e insieme alla compagnia teatrale che fondai e rifondai ( quasi del tutto orchestrale, con influenze leggere di elettronica per le atmosfere )

D: Adesso sei tornato in Inghilterra, a Gloucester. Perché?

R: Perché le delusioni a Palermo non sono ovviamente mancate.

Mi sono ritrovato a ventiquattro anni con una scelta un po’ triste da fare, ma più reale che mai: costruirmi un futuro o restare nella mia terra.

Chiamatemi codardo, perché non voglio “restare a combattere per un futuro migliore per l’Italia!” e cose simili, ma non volevo arrivare ai trent’anni e stare ancora a casa dei miei senza uno stralcio di carriera o lavoro al di fuori della famosa “garanzia giovani”.

D: Pensi di restare? Come ti sei sistemato?

R: Decisamente.
Sono partito con una delle mie più care amiche. Adesso lavoriamo entrambi e presto affitteremo casa insieme.

D: Cosa ami di più di Gloucester? E cosa detesti di più?

R: Di Gloucester amo… Gloucester. E’ una cittadina esteticamente splendida e suggestiva e… calma! Nel caos di persone di un qualsiasi sabato al centro città posso assicurarti che ti sentirai comunque tranquillo: la gente parla piano, non “Abbannia”[il termine letteralmente significa “grida” da “abbanniare” = “gridare”, ma la traduzione è alquanto riduttiva. Credo sia un termine intraducibile] ( che seppur caratteristico della mia città di provenienza mi infastidiva non poco. De gustibus. ) ed è contenuta.

Così arriviamo a cosa detesto di più di Gloucester: La mentalità inglese.
Cercherò di spiegarmi al meglio: L’Inghilterra è meta di molti di noi perché, diciamocelo chiaramente, ha un sistema che funziona. Molto bene.

Ma come tutto nel mondo, qualsiasi cosa deve avere dei punti deboli: La loro idea dei venerdì/sabato sera.
Loro non bevono per passare una serata in compagnia con gli amici. Loro si autodistruggono di alcolici e poi iniziano a vagabondare per le strade come zombie ubriachi.

Quasi come se fosse una sorta di sfogo, di eccezione, da una vita “perfetta” sotto il punto di vista lavorativo e sociale.

Chiaramente non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Preciso che non tutti gli Inglesi abbiano questa mentalità. Mi riferisco solo a ciò che vedo il fine settimana.

D: Pensi che Gloucester possa darti l’occasione di esprimere il tuo talento? O ti basterà un lavoro discreto per costruirti una vita modesta?

R: Gloucester? Ni.
Le possibilità potrebbero esserci ma rimane una piccola cittadina. Sarebbe più produttivo spostarti in città come Cheltenham… o Bristol/Birmingham.
Alla seconda domanda mi permetto invece di rispondere con una riflessione.

Me lo sono domandato spesso… se lavorando qui e affittando casa e, di conseguenza, avendo poco tempo per comporre non capitasse di accantonare l’idea di guadagnarmi da vivere suonando. Avevo una paura folle di “farmi bastare un lavoro discreto e costruirmi una vita modesta” e ritrovarmi da vecchio pieno di rimpianti.

Suono da quasi dieci anni e solo ora ho capito che il mio amore per la musica è stato messo in pericolo molte volte a cause della mia ambizione.

Molte volte ho seriamente pensato di suonare qualcosa che non mi piaceva perché “almeno ci faccio i soldi”.

Così ora rispondo: Se un lavoro discreto e una vita modesta mantengono pura la mia passione per la musica, ben vengano. So già che non saranno esperienze “discrete e modeste” ai miei occhi. Saranno fantastiche.

D: Qual è stata la cosa più difficile da affrontare e da lasciare? Cosa avresti voluto portare con te?

R: Questo lo ricordo bene.
Il giorno prima di partire ho dovuto svuotare la mia stanza, per prendere tutto quello che poteva servirmi e conservare bene o buttare il resto.
La vista della mia stanza vuota mi ha catapultato nella situazione attuale delle cose: stavo per partire… e stavolta c’era nell’aria un senso di decisione permanente.

Ho chiesto a tutti coloro che mi stavano aiutando di lasciarmi da solo e chiudere la porta: ho acceso una sigaretta, messo su un po’ di musica e ripensato a tutti i momenti passati lì dentro.
Non era la stanza in sé il vero “problema”. Era tutto ciò che stavo lasciando.
Alla fine di quella sigaretta, dopo un grande senso di vuoto, ero pronto a partire. Con amarezza ma ero pronto.
Cosa avrei voluto portare con me? I miei strumenti musicali, il mio gatto. Niente, però, che mi potesse dare nostalgia di casa come foto, lettere o altri ricordi. Quelle sono tutte a casa custodite gelosamente.

D: A chi manda tutti i giorni curriculum in attesa di risposte che non arrivano ormai da anni, cosa vorresti dire?

R: Sono stato uno di voi. So cosa significa mandare un curriculum senza nessuna speranza. Ormai non ci credete più e lo fate solo perché “non si sa mai”.
Purtroppo è una metodo di ricerca di lavoro che non funziona più e lo sapete. Prendetevi un paio di giorni e pensate attentamente a ciò che volete dalla vostra vita; riflettete attentamente su un metodo alternativo per trovare ciò che cercate e ricordate che nessuno busserà alla vostra porta con un contratto di lavoro pronto per voi.

Lavorate bene al vostro curriculum, sia se la vostra intenzione è quella di rimanere in patria sia se la vostra intenzione è quella di partire altrove.

D: E ai tuoi amici, che ti hanno salutato con un sorriso sincero e una lacrima abilmente nascosta, vuoi dire qualcosa?

R: Vorrei dire loro migliaia di cose ma mi limiterò ad un semplice “Non è un addio il nostro e mai lo sarà. E’ solo un cambio di routine che non intaccherà la nostra amicizia in nessun modo… e combatterò per questo con tutte le mie forze. So che lo farete anche voi.”

 

Ed io non penso di poter aggiungere altro… a parte un sincero e commosso “Buona fortuna Emanuele!”

Alessia Di Maria

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