Oggi, 27 gennaio del 2017; giorno della memoria. È sempre difficile parlarne; rispettiamo la memoria di eventi non vissuti, un ricordo che non ricordiamo ma che è dovere morale sapere. E queste cose non possono insegnarle nemmeno a scuola, con la lezione di “Historia magistra vitae”. È una cosa che si deve sentire autenticamente per capirla. “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”! E così anche la memoria.

Se non si sente, non si capisce, non la si fa propria, è solo uno sterile ricordare per rispettare la convenzione sociale degli anniversari. Mettersi con la faccia triste per qualche minuto il 27 gennaio di ogni anno e il gioco è fatto. Ma sappiamo tutti che la memoria non può ridursi all’apparenza, ai convegni, ai servizi alla tv. È una cosa che ci portiamo dentro, come eredità genetica, come sentire profondo. Degli uomini morti ammazzati da altri uomini, morti ammazzati dalla società e non “società” come figura astratta, ma come somma di uomini. Mi vengono in mente le parole di De Andrè “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.” La società, la somma degli uomini, era complice. Questa mattina vedevo uno dei tantissimi servizi che oggi affolleranno le tv e il web. Un’immagine in particolare penso mi accompagnerà almeno per il resto della giornata: due uomini trascinavano via un uomo che scalciava invano tentando fino alla fine di fare resistenza. Due uomini stavano portando a morire un altro uomo. Non per rabbia, non per gelosia, non per invidia… per legge. Perché era ebreo, omosessuale o forse con una disabilità. Bastava questo per meritare di andare a morire. Bastava essere diverso, essere “l’altro”. Ma a chi resisteva quell’uomo solo? A lui, uomo, era chiesto dalla vita di resistere ad una società intera. A chi ordinava il sequestro, a chi lo trascinava, a chi lo lasciava imprigionato, a chi lo torturava ogni giorno, a chi attivava le camere a gas e a chi stava in silenzio, a guardare quel che accadeva e si girava dall’altra parte per continuare la propria giornata. Resisteva ad una somma di uomini. Non ad una figura astratta ma a volti, a nomi, a vite che ne distruggevano altre. Quel singolo indifferente, però, non poteva cambiare la storia. Poteva cambiarla la società, la somma degli uomini. Ma, mi chiedo… di chi è la colpa? Degli antichi? Del passato? Non c’è una manna che cade dal cielo e spezza il tempo. Non esiste un mondo che 72 anni fa si è spezzato e ne ha generato un altro. Noi siamo frutto di una storia che è passata per guerre, carestie, epidemie e campi di concentramento. Noi siamo il risultato di una storia che gira, come una giostra infinita, e che si rifà e si ricostruisce sul passato.
Giorni fa mi sono ritrovata ad una conferenza commemorativa per un uomo che ha fatto politica in una piccola e ormai nota cittadina siciliana: Bagheria. Un professore universitario, figlio del poeta Ignazio Buttitta ha detto che la memoria, il passato, è presente ed è futuro. Così sono riaffiorate le parole di Carlo Levi: “Il futuro ha un cuore antico”. Noi abbiamo un cuore antico. Noi siamo dentro a quella somma di uomini che costruiscono la storia e che fanno scorrere la macchina del tempo. Ricordare, avere memoria, non è commemorare della dimensione di un evento, di un giorno, di un anniversario. Ricordare è costruire, è confrontare, è trovare la legge morale dentro di noi affinché quella somma si alteri, affinché quella somma di uomini scriva non storie nuove ma almeno finali più convincenti.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *