L’Ospite della settimana: Daniele Pollero.

 

Scrivere è appagante, pubblicare ancor di più, e di certo lo è maggiormente se si ricevono visualizzazioni, approvazioni e qualche volta persino critiche alle quali appioppare un po‘ di fantomatica invidia. Ma, come ogni attività, o come ogni lavoro, diviene più interessante, piacevole e gratificante se è accompagnato da obiettivi, se affonda le radici su valori e ambizioni. Timida o audace che sia diventa una sfida.

Ognuno ha i suoi strumenti e le sue armi, le nostre sono le parole e con queste sarebbe bello poter aiutare (o almeno provarci e dare un minimo contributo) chi scommette sui propri piccoli mezzi.

Nasce così l’idea de “L’Ospite della settimana“ per conoscere le sfide, le scommesse e i sacrifici di chi ha costruito a poco a poco un percorso che si spera possa proseguire per tanto tempo o anche le esperienze di chi ha tentato tenta e tenterà.

Iniziamo con Daniele Pollero, un ragazzo ligure, classe ’89, che insieme ad altre due persone ha fatto una follia: ha aperto da circa un anno una casa editrice, la Panesi edizioni.

D: Vuoi aggiungere qualcosa al tuo profilo?

R: Solo se non sarà usato contro di me in tribunale. “Un ragazzo ligure” comunque è bellissimo, non me l’aveva mai detto nessuno. Subito nella lista dei miei possibili epitaffi.

D: Cosa passa per la testa di tre giovani ragazzi come voi quando decidono di aprire una casa editrice? Com’è arrivata questa (pazza) intuizione?

R: È una storia molto lunga, la cui origine si perde nella notte dei tempi. In realtà la testa incriminata è quella di Annalisa, non a caso la nostra direttrice, che coltivava segretamente questo sogno fra una lezione al Dams e un salto a Matematica, dove, ahilei, ha conosciuto me. Guardandoci negli occhi molto intensamente e quasi eroticamente, ci siamo detti: “Ma cosa ci facciamo noi due a Matematica?”, e così siamo fuggiti verso mete diverse. Poi ci siamo ritrovati proprio sull’onda di questa sua antica visione, e abbiamo coinvolto la nostra Giulia per completare il trio d’attacco. Una lunghissima giornata in biblioteca ha tracciato le direttive principali, e di lì siamo partiti.

D: Immagino che le difficoltà siano state tante perché non viviamo un periodo storico favorevole ma sopratutto perché spesso dobbiamo fare i conti con noi stessi, con la paura lecita di non farcela, con la voglia di vedere subito i risultati ambiti, con la tentazione di arrendersi quando perdiamo i primi “round”. C’è stato per te un grande scoglio da superare? Quanto è stato utile affrontare questa esperienza insieme ad altre due persone?

R: Per me personalmente no, sono solo un umile galoppino. Non oso immaginare per Annalisa! Il più grande scoglio a livello collettivo, e te lo dico con l’ingenuità di un bambino, è stato l’astio di alcuni colleghi simpatici come la peste inguinale. Qui, e non solo qui, funziona che cercano di sopprimerti già nella culla. Se sopravvivi, allora hai qualche probabilità di farti strada. Ecco, la cosa più difficile, tanto per andare di eufemismi, è stata il rendersi quantomeno comodi o meno scomodi a un sistema di relazioni consolidate, escludenti e occulte. E, nella tradizione classica, chi trama nell’ombra e in essa cela il suo volto è il maligno. Noi semplicemente non giochiamo così. Per noi la competizione è stimolante nella prospettiva di dissolversi naturalmente in collaborazione: ben vengano realtà leali, corrette e appassionate che non si chiamano Panesi Edizioni.

Sulla convivenza con le colleghe: Annalisa e Giulia sono fondamentali, non saremmo nulla senza un’unione bella proprio in quanto riposante su profonde differenze. Siamo tre persone e tre lettori molto diversi fra loro.

D: Parlami un po’ della Panesi Edizioni. Avete delle preferenze sui generi da pubblicare? Un obiettivo per il vostro lavoro?

R: Dunque, in Panesi Edizioni non esiste un genere di preferenza o dominante, cerchiamo di trattarli tutti proprio in virtù delle differenze che citavo prima.

Il primo obiettivo che mi viene in mente, ne parlavo l’altra sera con una nostra autrice, è quello di pubblicare non solo opere, ma anche persone. Persone che si distinguano non solo per talento e qualità, ma anche per doti umane. Sono i nostri colleghi, la nostra squadra, il nostro orgoglio. Vogliamo allontanarci il più possibile da un freddo modello aziendale a favore di un modello comunitario, umano, dell’editoria. Solo in questo modo, secondo me, l’editoria potrà comportarsi come una vera famiglia artistica e compiere il suo destino: “esplodere” ed eclissarsi per rimettere al centro autori, storie e generi. Occorre parlare meno di editoria e spostarla dal focus delle discussioni. Il fulcro non siamo noi.

D: Qual è il tuo ruolo all’interno della Panesi Edizioni?

R: Ufficialmente mi occupo della parte creativa, di editing, comunicazione, relazioni con il pubblico e giocoleria di corte. I nostri dialoghi redazionali si compongono di lunghissime discussioni tecniche fra Annalisa e Giulia inframezzate ogni tanto da qualche mia minchiata. Ecco, questo è un ruolo che rivendico come esclusivo, mentre poi alla fin fine tutti fanno tutto

D: Quali sono state fino ad ora le più grandi soddisfazioni, quelle che vi danno la forza di crederci sempre nonostante sia un mercato in evidente difficoltà?

R: Ma guarda, credo di parlare per tutti quando dico che le nostre soddisfazioni non sono legate a un prodotto materiale o a un risultato economico, ma alla consapevolezza tutta interiore di svolgere un lavoro con profonda passione, trasparenza e onestà. Ci divertiamo veramente tanto.

E poi l’affetto degli autori e la soddisfazione dei clienti, questo prima di tutto.

 D: Domanda che scatena le folle: ebook o cartaceo?

R: In generale è una domanda che non ho mai capito, l’ho sempre trovata poco appassionante e anche abbastanza pornografica nel suo masturbarsi su discorsi di mera materialità. Puoi custodire I fratelli Karamozov in un libro cartaceo, sul computer o su un (enorme) rotolo di carta igienica usata, ma sempre I fratelli Karamazov sono. Preferisco parlare di contenuti e storie piuttosto che di supporti fisici, onestamente.

Risposta tecnico-commerciale: per un esordiente, a mio avviso, è più immediato e virale il mezzo digitale. Senza nulla togliere, ovviamente, all’eterno fascino della carta stampata.

D: Il tuo è un compito difficile. Leggere e “giudicare” il lavoro e l’espressione di persone che magari non conosci. Come la vivi? Cosa ti resta di tutte queste letture? E come scegli quelle da pubblicare?

R: La vivo con immensa gioia. Essere scelto, a livello editoriale come personale, per custodire un “pezzo” di qualcuno mi riempie di senso e colma i miei numerosi vuoti. Per me è un onore e un privilegio condividere le storie altrui, ascoltarle, delibarle, assimilarle, e poi, se va bene, mettere loro l’abito da sera e accompagnarle per mano verso il grande ballo editoriale. È magia pura.

In virtù di tutto ciò, bocciare un manoscritto è sempre traumatico. In generale ritengo che una storia possa piacere o meno (e qui subentra l’inevitabile soggettività legata a un giudizio che in questo modo – per fortuna – viene preservato dal baco dell’assolutezza), ma sulla forma c’è poco da discutere. Quindi questo è ovviamente un fattore determinante. Il resto lo fa l’aderenza della narrazione alla mia sensibilità e al mio immaginario artistico, necessariamente personali e quindi fallibili.

D: Anche tu scrivi, ma come ti approcci alle tue opere? Riesci a guardarle con sufficienti passi indietro, tanto da metterti in discussione, prescindendo dall’affetto che inevitabilmente ciascuno di noi ha per le proprie opere?

R: Premetto che io non sono uno scrittore, né voglio/posso diventarlo. Prendo in prestito le parole di un grande aforista dei nostri tempi, Davide Mengacci, che nel suo capolavoro La domenica del villaggio era solito ripetere: “Io non sono un cuoco, sono un uomo che cucina”. Ecco, io sono un uomo che scrive. Ma immagino che con un po’ di impegno si possa insegnare a scrivere anche a una bertuccia, quindi non significa molto. Sono troppo introverso e troppo poco disciplinato per tentare di intraprendere una carriera che lascio volentieri a chi ne è all’altezza. Preferisco cercare di aiutare loro.

 D: Cos’è Chupa Chups?

R: “Chupa Chups!” è un raccoglitore di idiozie assortite, un’enciclopedia della demenza senile precoce, una linguaccia impertinente al buon gusto, un batuffolo di zucchero filato al gusto punk. Qualcuno sostiene che io faccia ridere (senza neanche avermi visto nudo), e quindi mi è stato chiesto di mettere insieme alcuni racconti che avevo scritto per vari concorsi. Ma giuro, io neanche volevo.

Mi rendo conto che questa sia tipo la presentazione più deprimente e demotivante nella storia della letteratura, ma truth first.

D: Se un lettore volesse inviarvi un’opera come potrebbe mettersi in contatto con voi?

R: Inviando manoscritto completo, breve sinossi e nota bio-bibliografica all’indirizzo mail redazione@panesiedizioni.it. Rispondiamo subito (alla mail) ed entro circa tre mesi (con il responso editoriale). Alcune brutte avventure ci hanno spinto ad accettare opere di un massimo di 250 pagine, e come minimo suggeriamo invece un 50-60 pagine di base per permettere alla storia di prendere respiro.

D: Hai qualche consiglio da dargli? Qualcosa da dire ai lettori?

R: Una cosa che direi a chi ci legge è che l’editoria funziona come l’amore. Affidatevi a editori che dimostrano di tenere sinceramente e sentitamente a voi anche se non sono perfetti, anche se hanno poco da offrire, anche se non possono promettervi la luna. Il rischio di finire con il cuore a pezzi così sarà minimo. Per tutto il resto c’è chi illude allungando un cartaceo giusto per assicurarsi il +1 nel proprio tritacarne personale ammucchiandoti insieme agli altri come carne da macello, o chi si prostituisce facendosi pagare per prestazioni che a quel punto è davvero meglio andare a troie vere (che sono MOLTO più serie e oneste).

Non abbattetevi mai, siate felici e lo saremo anche noi con voi, in ogni caso.

 

Grazie mille a Daniele e alla Panesi Edizioni per dare un importantissimo esempio di lavoro fatto con passione e una preziosa speranza per tutti gli autori che si sentono talvolta abbandonati talvolta fonte di guadagno per millantatori di professione.

Intervista a cura di Alessia Di Maria 

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