Chi ha dato il nome alle stelle? Una storia di astronomi arabi, code di gallina e burocrazia recente

Aldebaran, Deneb, Altair, Vega, Betelgeuse. Sono fra i nomi più belli che l’italiano abbia preso in prestito senza tradurli, e quasi nessuno sa cosa significano. La risposta è meno poetica di quanto si immagini: sono in gran parte descrizioni arabe di parti del corpo di animali immaginari. Deneb, per dire, vuol dire coda.

Il libro delle stelle
Il Libro delle stelle fisse di al-Sufi, copia realizzata a Baghdad nel 1125. Museum of Islamic Art, Doha. Wikimedia Commons, pubblico dominio

Una catena di traduzioni lunga mille anni

Il percorso è più o meno questo. I greci compilano i cataloghi stellari, Tolomeo li sistema nell’Almagesto nel secondo secolo. Il testo passa poi agli astronomi del mondo islamico, che lo traducono, lo correggono e lo ampliano. Nel decimo secolo l’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi scrive il Libro delle stelle fisse, che diventa il riferimento per secoli.

Quando quei testi rientrano in Europa attraverso la Spagna e la Sicilia, i nomi arabi vengono trascritti da copisti che l’arabo spesso non lo conoscevano. Alcuni nomi arrivano fino a noi storpiati, altri accorciati, altri ancora incollati insieme per errore. È il motivo per cui certe denominazioni stellari non hanno alcun senso in nessuna lingua: sono il residuo di una traslitterazione andata male.

Cosa vogliono dire davvero

Presi uno per uno, i significati sono sorprendentemente concreti.

  • Aldebaran viene da al-dabarān, il seguace. Segue le Pleiadi nel loro sorgere, e il nome descrive esattamente questo comportamento.
  • Deneb viene da dhanab, coda, ed è l’abbreviazione di una formula più lunga che significa la coda della gallina.
  • Altair viene da al-nasr al-ṭāʾir, l’aquila in volo, e si contrappone a Vega, che nella stessa tradizione era l’aquila che scende in picchiata.

Il caso di Deneb è il più istruttivo, perché quella parola non indica una stella sola. Esistono Deneb Algedi, Deneb Kaitos, Denebola: sono tutte code, ciascuna della propria costellazione. Chi catalogava non stava inventando nomi propri, stava scrivendo indicazioni di posizione. La stella alla coda del capricorno. La stella alla coda della balena. La stella alla coda del leone.

Visto così, l’intero repertorio dei nomi stellari somiglia meno a un poema e più a un inventario di magazzino, redatto con enorme precisione da persone che dovevano ritrovare quegli oggetti a occhio nudo, anno dopo anno.

Immagine della nebulosa di orione
La Nebulosa di Orione, nella costellazione che gli arabi chiamavano al-Jabbar, il gigante. Crediti: NASA, ESA, M. Robberto (STScI/ESA) e Hubble Space Telescope Orion Treasury Project Team, pubblico dominio

Per quasi un secolo nessuno ha messo ordine

Nel 1922 l’Unione Astronomica Internazionale fissa i confini e l’elenco delle 88 costellazioni, chiudendo una questione che si trascinava da tempo. Ma sui nomi delle singole stelle non fa nulla.

Il risultato è che per quasi un secolo la stessa stella compare con grafie diverse a seconda dell’atlante, del manuale o della rivista che si ha in mano. Varianti ortografiche, forme latinizzate, abbreviazioni locali. Per l’astronomia professionale il problema era aggirabile, perché si lavora con le sigle dei cataloghi. Per tutti gli altri no.

Il catalogo ufficiale ha meno di dieci anni

La sistemazione arriva solo nel maggio del 2016, quando l’Unione Astronomica Internazionale istituisce un gruppo di lavoro dedicato ai nomi delle stelle, con il compito di stabilire regole di adozione e di compilare un catalogo ufficiale.

Il lavoro procede rapidamente: centoventicinque nomi approvati nel luglio 2016, altri centodue entro novembre dello stesso anno, e ulteriori gruppi negli anni successivi. Il criterio dichiarato è la tutela del patrimonio culturale, e per questo il catalogo non si limita alla tradizione araba, greca e latina: sono stati adottati nomi provenienti dalle culture aborigene australiane, cinesi, copte, indù, maya, polinesiane e sudafricane.

Vale la pena fermarsi un secondo su questa data. L’elenco ufficiale dei nomi delle stelle è più giovane dello smartphone che avete in tasca. Chi vuole consultarlo trova il riferimento sul sito dell’Unione Astronomica Internazionale, dove il catalogo è pubblicato e aggiornato.

Betelgeuse, il caso più discusso

Fra tutti i nomi arabi arrivati in Europa, Betelgeuse è quello che ha subito i danni peggiori nel passaggio.

L’originale conteneva la parola al-jawzā’, il nome con cui gli astronomi arabi indicavano la figura celeste che i greci chiamavano Orione. Il nome completo designava una parte del corpo di quella figura. Nella trascrizione medievale una lettera araba venne letta come un’altra, e da lì nacque una forma che in arabo non significa più niente di preciso.

La pronuncia italiana corrente, con l’accento sulla seconda sillaba, è a sua volta una convenzione recente. Nei manuali ottocenteschi se ne trovano almeno quattro varianti diverse, segno che nemmeno gli astronomi erano d’accordo.

È un buon promemoria su quanto sia fragile la trasmissione di un nome attraverso tre alfabeti e mille anni. Quello che oggi suona come una parola esotica e compiuta è, all’origine, un refuso mai corretto.

E i registri che vendono nomi di stelle?

Chiarito chi assegna i nomi ufficiali, la domanda sorge da sé, perché di servizi che propongono di intitolare una stella se ne trovano parecchi.

La risposta netta è che l’Unione Astronomica Internazionale non vende nomi e non riconosce quelli venduti da terzi. I servizi che permettono di acquistare una stella in un registro commemorativo gestiscono archivi privati: il nome scelto viene registrato presso di loro, viene emesso un certificato, e la cosa finisce lì. Non compare in nessun catalogo astronomico e nessun osservatorio lo userà mai.

Detto questo, e detto senza giri di parole perché è l’unico modo onesto di dirlo, il gesto ha una sua logica. Chi compra non sta acquistando una porzione di cielo, sta comprando un pretesto per imparare a riconoscerne una. Il valore è lo stesso di una targhetta su una panchina in un parco: nessuno pensa che il comune abbia ceduto la panchina, eppure la targhetta funziona.

Nomi che sopravvivono a chi li ha dati

Resta un dettaglio che vale più di tutto il resto. Gli astronomi che hanno chiamato una stella la coda della gallina non immaginavano che quella parola sarebbe arrivata intatta fino a oggi, attraversando l’arabo, il latino medievale, gli atlanti rinascimentali e infine il database di un telescopio spaziale.

Hanno dato un nome pratico a un oggetto lontanissimo, per potersene ricordare la posizione. Mille anni dopo, quel nome è ancora l’unico che abbiamo.