Forse dovrei fare un commento conclusivo di cinque serate scandite da preziosi incontri inaspettati; forse dovrei parlare di una Virginia Raffaele che veste i suoi panni con eleganza e professionalità, di una Madalina Ghenea imbarazzata per le profonde scollature incorniciate da abiti che ne facevano musa, di un Gabriel Garko che stenta persino ad interpretare un breve testo tanto da far pensare sia avvenuta direttamente sul palco la prima lettura, di un Carlo Conti che pur essendo forse troppo incastrato in un modello di conduzione poco moderno, poco duttile, poco dinamico, è riuscito a comporre un Festival di spessore, con una lista di concorrenti che non hanno messo d’accordo le grandi masse causando dispersione di voti, ospitando dei personaggi che per fortuna adesso conosciamo o nomi noti che hanno riempito di commozione i divani, la platea e persino il palcoscenico; forse dovrei parlare della genialità artistica di Elio e Le Storie Tese che ormai chiaramente poco hanno a che fare con la comune concezione di musica e canzone, che vivono la musica come reazione, espressione, comunicazione di idee, attraverso l’intera composizione, attraverso persino se stessi, non limitandosi ad un testo diretto, mettendosi in gioco sempre, per divertirsi a proprie spese e a spese di chi continua a sentirsi critico d’arte e di tuttologia, analizzando canzoni sulla base di un motivetto orecchiabile; forse dovrei parlare di Renato Zero, che tanto mi ricorda un monologo di un comico, che inizia tra le risate e conclude tra le lacrime, così la sua carriera iniziata con i colori e conclusa con la poesia. E invece no. Invece Sanremo è finito e prima d’ogni cosa dobbiamo prendere atto della classifica. Perché in fondo è quella che dovremmo aspettarci dalla prima serata, no? Forse talvolta è meglio che non arrivi mai. Forse, come suggeriva qualcuno, dovrebbero continuare il Festival ad oltranza. Chiudere gli artisti a teatro e farli cantare per giorni e giorni e giorni, dimenticandoci quasi della gara. Dimenticandoci che in conclusione il pubblicolandscape-1455411374-cover-finalisti-sanremo-2016 chiederà a gran voce la classifica, per vedere se le previsioni fatte al bar o seduti sulla poltrona rossa da centinaia di euro sono vere. Forse dovremmo fermare il tempo e apprezzare le gare nel loro viaggio, non nella loro conclusione. Perché con una lista di concorrenti di differenti generi, idee e talenti, accade che vincano gli Stadio; accade che vinca una canzone bella cantata da una voce indecisa; accade che una critica premi le belle parole rifiutandosi di considerare l’insieme; accade di vedere sul podio tre giovani talenti, che hanno speso sul palco parole, emozione, energia, potenza e sogni, e che si vedono sorpassare da qualcuno che i sogni li ha già vissuti e ormai cavalca un’onda mossa dal passato, un’onda sulla quale accoccolarsi guidati da una fama che li ha eletti “vincitori a vita”, senza ulteriori sforzi. Ma in fondo cos’è il mio se non l’ennesimo parere contrario che ogni anno si conta a conclusione del Festival? Cos’è il mio se non la stupida preoccupazione che forse non siano esattamente le personalità adatte a rappresentarci all’Eurovision? Cos’è il mio se non lo stupido pensiero che in quest’Italia arrancante ci si divide tra talenti improvvisati e  nomi che pesano più del merito? Solo un’opinione, un’inutile preoccupazione, solo una debole voce in mezzo a chi invece è contento così.

Alessia Di Maria

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