Difficilmente mi soffermo a ripensare ai tempi del liceo, ma c’è un episodio che mi torna in mente spesso. Anzi, per la precisione una storiellina che mi raccontò la mia compagna di banco:

Un giorno un re, impaziente di scoprire cosa avesse in serbo il futuro per lui, fece convocare a corte un indovino.

Egli interrogò la sua sfera di cristallo e poi disse al sovrano:«Mi dispiace Vostra Altezza, ma voi vedrete morire tutti i vostri parenti.» 

Il re, disgustato da questa nefasta predizione, fece giustiziare il povero indovino, quindi ne convocò un secondo.

Anch’egli interrogò la sua sfera di cristallo e quando ebbe finito pronunciò la sua profezia.

«Vostra maestà,» disse «voi sarete il più longevo di tutta la vostra dinastia.»

E il sovrano lo fece ricoprire d’oro.

Morale della favola: non è ciò che si dice, ma il modo in cui lo si fa.images

Può sembrare una storiella banale eppure guardandomi intorno, mi rendo conto che per quanto sia cosa risaputa, non è poi così scontata.

Vi dico la verità, io sono una a cui piace parlar chiaro, se una cosa non mi sta bene non fingo che sia il contrario, sono una persona piuttosto diretta, non mi amo girare intorno alle cose e apprezzo chi evita di farlo con me.

MA!

C’è modo e modo.

Lasciamo da parte per un attimo (ma solo per un attimo!) l’educazione; è importante, ma non è il fulcro della questione.

Il punto è che lo stesso concetto espresso con determinate parole suscita una reazione, con altre può scatenarne una opposta. Di solito poco piacevole.

Un esempio?

 

  • Il testo è pieno di strafalcioni.
  • Il testo presenta degli errori.

Non è forse la stessa cosa? In entrambi i casi è chiaro che lo scritto vada corretto, ma mentre la prima formula fa partire l’embolo all’autore, la seconda, per quanto possa far male, lo indurrà a ricontrollarlo con più attenzione.

Ora, ho usato l’esempio dello scritto per ovvi motivi, ma il discorso vale per ogni cosa.

  • Con quel vestito sembri un sacco di patate.

Non è la stessa cosa di:

  • Quel vestito non ti dona.

Così come:

  • Questa minestra fa schifo.

Non è la stessa cosa di:

  • Questa minestra manca di sale.

Mi immagino già qualcuno pensare “mamma mia, sono sottigliezze!”. E poi dare di matto quando gli si dice che la loro minestra fa schifo.

Anni fa, un’azienda per la quale lavoravo organizzò un corso di comunicazione efficace. Non sto qui a farvi un trattato, lo scopo di questo articolo non è farvi diventare dei bravi commessi. Ad ogni modo, la cosa che mi è rimasta più impressa (e che è applicabile anche nella vita di tutti i giorni) è che mai e poi mai si deve iniziare una frase con una negazione. “Non si preoccupi…”, “Non sto dicendo che…”, “Non è come sembra…” sono bandite.

Per quale motivo? Perché l’attenzione dell’ascoltatore viene catturata proprio da quelle tre lettere: N O N, non. Potrete spiegargli in ogni lingua perché non è così, ma la sua mente sarà ormai focalizzata lì.

“Non si preoccupi” lo farà preoccupare, magari nemmeno pensava di doverlo fare, ma adesso ha il dubbio che lo assilla;

“Non sto dicendo che”, però intanto lo dite (e se non è ciò che volete dire, perché lo fate?)

“Non è come sembra”, (a parte il fatto che ormai è la scusa per eccellenza) diverrà un “è esattamente come sembra, sto solo per rifilarti una scusa”.

Come risolvere questo problema?

“Stia tranquillo”, “Ciò che voglio dire è”, “Le cose stanno così”. Banale? Forse, ma molto efficace.

La lingua italiana è una delle più difficili da imparare, proprio per la quantità di termini che la compongono. Abbiamo la possibilità di disporre di diverse sfumature per ogni concetto, l’esempio più classico è quello del “ti amo”. Ti voglio bene, tengo a te, mi piaci, ti amo (etc.) indicano le diverse sfaccettature di un sentimento, non ci si può sbagliare. In Inghilterra ad esempio hanno solo “I love you” a indicare tutto e se a dirvelo è il ragazzo che avete puntato e con il quale siete amici da tempo, secondo me il dubbio viene. Ricambia i miei sentimenti o mi ama? C’è da augurarsi che il soggetto sia molto espansivo o non saprete se abbracciarlo o baciarlo per parecchio tempo…

Nonostante questo però, spesso ci si trova coinvolti in fraintendimenti. Se ci si riflette, spesso e volentieri il motivo è che è stata usata una parola al posto di un’altra, più generica e, di conseguenza, meno chiara. Questo perché al di là dei vocaboli caduti in disuso, la tendenza è quella di usare sempre le stesse parole, a prescindere. Non si presta più importanza al peso che hanno e si è convinti di essere sempre chiari. E mentre termini nuovi premono per entrare a far parte del vocabolario (ricordiamo il caso recente di “petaloso”), altri vengono man mano messi da parte, in un angolino finché finiscono nel dimenticatoio. Sarà l’avvento della tecnologia, del linguaggio degli sms, della frenesia tipica dei giorni nostri, non saprei. Quello che so è che sempre più spesso vengono trasmessi servizi nei quali l’intervistatore chiede il significato di alcune parole e, spessissimo, l’intervistato cade dal pero, anche se si tratta di termini molto semplici. Stiamo diventando delle pere.

 

Nadia Filippini

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