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Certi uomini vanno ricordati come monumenti, come una eterna esistenza, patrimonio dell’umanità. Perché insieme a certi uomini nascono e crescono forze rare, capaci di muovere, tassello dopo tassello, un’identità e una memoria necessarie alla libertà di tutti.

Come un Cristo in croce, concesso ai poveri e ai ricchi di cuore, senza distinzione, si concedono agli altri mentre spesso gli altri tacciono impauriti, con un cuore in tempesta. Si dice che il mondo ci è solo dato in prestito, eredità per nostri figli e di chi verrà un giorno ad abitarlo, e persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Padre Pino Puglisi, Boris Giuliano, Mario Francese questo concetto l’avevano ben chiaro.
È proprio lui che oggi ricordiamo, Mario Francese, giornalista siciliano ucciso il 26 gennaio del 1979 con sei colpi di pistola, proprio sotto casa sua.

Con il suo lavoro indagò a fondo, analizzando profondamente l’organizzazione mafiosa. Fu l’unico giornalista ad intervistare Antonietta Bagarella, la moglie di Totò Riina ed era fervente sostenitore dell’ipotesi che quello di Cosimo Cristina fosse un assassinio di mafia. “Non si faceva i fatti suoi”; “Si interessava di cose delle quali non avrebbe dovuto interessarsi”. E per questo che secondo qualcuno ha meritato la morte. Ma non dobbiamo ricordarlo come un eroe. Quella forza rara che è nata con lui è figlia di una consapevolezza meno rara che spesso non ha il coraggio di rivelarsi. Mario Francese era padre, marito, amico, era un uomo come tanti, che come pochi ha trasformato un lavoro in una missione.
Mario Francese non è e non deve essere distante da noi, perché considerarlo un eroe significherebbe darci il permesso di tacere, perché solo gli eroi combattono, perché solo gli eroi vivono e muoiono liberi. Va ricordato come un fondamentale tassello di un puzzle al quale dobbiamo partecipare tutti nel nostro quotidiano. “A volte la verità mi sembra che sia come un immenso puzzle” Diceva il figlio Giuseppe “ogni tanto incastoni un pezzo e cerchi l’altro per andare avanti. Ma il puzzle è infinito e, nonostante tutto l’impegno possibile, non sarà mai completato”. Anche lui giornalista, indagò sulla morte del padre e riuscì a far condannare i mandanti e gli esecutori del furto più becero che potessero fargli, il furto di un padre. Non volle aspettare il processo di appello però, né il suo trentaseiesimo compleanno. Aveva terminato la sua missione in questo mondo, preso in prestito da un futuro incerto. Il vuoto lo accompagnò per tutta la vita, finché nel 2002 si suicidò nella sua casa a Bagheria.
“Faccio parte di quella schiera di fortunati disse “almeno così ci considerano in tanti, che hanno avuto un posto di lavoro presso la pubblica amministrazione in qualità di orfani di vittime della mafia[…] Noi dobbiamo dire grazie solo ai nostri padri, morti da uomini in un mondo di quaquaraqua”.

Dovremmo dire tutti “grazie” a questi uomini, perché siano davvero passato, presente e futuro.

 

Alessia Di Maria

 

 

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