Dopo l’esperienza splendida, ma molto faticosa, di Copenaghen, devo ammettere di essere stata un po’ scettica quando mio marito mi ha regalato, per il nostro nono anniversario di matrimonio questo viaggio a Oslo.

Oslo! Ho pensato: “Due capitali del nord Europa lo stesso anno, non ci basteranno i soldi.  I bimbi staranno bene con i nonni? Riuscirò a trovare il tempo per fare il 730? Chi stirerà i vestiti?”

Noi donne sappiamo essere davvero incontentabili e rompipalle, soprattutto con noi stesse. Cosa dire, dunque, di Oslo e di questo viaggio in coppia? Che è stata un’esperienza elettrifrizzante (come direbbe Marty, la zebra di Madagascar).

Innanzitutto, abbiamo avuto la fortuna di trovare – così come era stato a Copenaghen – un clima strepitoso, che ha stupito e reso felici anche gli abitanti del posto, poco avvezzi a temperature estive di quel tipo.

In secondo luogo, la stanza con bagno privato che abbiamo trovato su Airbnb era in un appartamento incredibile. Arredato con un gusto magnifico e abitato da una coppia gentilissima. Non abbiamo potuto conoscere Andreas, fuori per lavoro, ma siamo stati conquistati dalla sua libreria immensa – lui lavora nell’editoria –, ma abbiamo avuto il piacere di condividere lo spazio con Arvid, un uomo dolcissimo e per niente invadente, pronto a raccontarci e a suggerirci i luoghi più interessanti della sua città.

(link: https://www.airbnb.it/rooms/2485281)

Cosa vi posso consigliare di vedere a Oslo in tre giorni, con il/la vostro/a partner?

Come forse avete intuito non siamo tipi da musei. Niente da obiettare contro il piacere di ammirare arte e storia culturale, ma, con poco tempo a disposizione, siamo di quelli che preferiscono godere delle vibrazioni della città, provare a viverla come se fosse la nostra e conoscerne l’animo, più che “il vestito”.

Il primo giorno, arrivati in aereo all’aeroporto di Torp (tutti gli aeroporti di Oslo sono piuttosto lontani dalla città, ma Torp è quello che dista maggiormente), dopo aver preso l’autobus che collega il centro di Oslo, abbiamo deciso di camminare per arrivare al nostro appartamento.

Esattamente: camminare è ciò che abbiamo fatto per la maggior parte del tempo. Questo ci ha consentito di notare alcuni punti di riferimento utili nei giorni successivi, di godere delle chiacchiere senza interruzioni e di apprezzare l’architettura della zona in cui abbiamo dormito, leggermente decentrata ma super fancy.

Una volta posata la borsa e fatto la conoscenza con Arvid, siamo ripartiti all’avventura, senza alcun piano e siamo stati ricompensati da un parco curatissimo (a dire il vero tutto il verde cittadino lo è): lo Slottsparken.

Qui abbiamo cominciato a notare una delle cose che ci ha più colpiti di Oslo: la libertà delle persone.

Sarà stato per l’inconsueto (e raro) calore le persone erano in costume a prendere il sole su qualsiasi prato libero – a dirla tutta anche per strada c’erano molti uomini senza maglietta o ragazze con top cortissimi –, ma ciò che ci ha cominciato a far percepire il vero spirito libero della città è stata la totale assenza di pudore. Corpi bianchi, già abbronzati, magri, in carne: nessuno si curava degli sguardi degli altri perché, semplicemente, quegli sguardi non c’erano. Non c’era riprovazione, giudizio, attenzione morbosa. Ognuno poteva essere semplicemente com’era e godersi quell’inaspettato sole nel modo in cui più gli aggradava.

Lo Slottsparken ci ha condotti, ancora alla cieca, al Palazzo Reale (Det Konnelige Slott), dove abbiamo potuto anche fare una foto con un gentilissimo soldato della guardia. Col caldo che c’era non lo abbiamo invidiato affatto nella sua bellissima, ma scurissima, divisa, con tanto di guanti alle mani. Il palazzo in sé non è particolarmente memorabile, mentre amabili sono le statue alle principesse del passato sparse per tutto il meraviglioso parco.

Proprio dal Palazzo Reale parte una delle arterie centrali di Oslo: Karl Johans Gate.

Una strada piena di luoghi storici (cito l’Universitetplassen, l’Ufficio Statale e il Nationalteatret di Ibsen – che ho adorato, da ex attrice). Ma anche di locali alla moda per fare l’aperitivo e di negozi di ogni tipo per del sano shopping – che io detesto, ma potrebbe essere interessante per chi l’ama –. Troviamo marchi dell’alta moda vicino a grandi catene dell’abbigliamento a buon mercato, insomma ce ne sono per tutti i gusti.

A quel punto siamo tornati a casa e abbiamo scoperto che proprio a una via di distanza c’era un ristorante indiano (tappa fissa dei nostri viaggi all’estero): l’Albertine Tandoori (link: https://www.google.it/maps/place/Albertine+Tandoori/@59.9224437,10.7368904,17z/data=!3m1!4b1!4m5!3m4!1s0x46416e7a4615c2a5:0x4e64dfdb94bf40e6!8m2!3d59.922441!4d10.739079)

Per farla breve il cibo era talmente buono che è stata nostra meta per tutte e tre le sere (la prima abbiamo mangiato nel loro dehor, le altre due abbiamo preso da asporto per goderci la serata sul fantastico balconcino per due di Arvid).

Dopo cena abbiamo fatto due chiacchiere e abbiamo scoperto che in questo momento dell’anno, a Oslo, fa buio dopo mezzanotte. Una fantastica notizia per noi che ne abbiamo approfittato per goderci il silenzio e la pace che due bimbi piccoli non ti lasciano. Mai.)

Il giorno dopo è stato tutto dedicato alla zona del porto: è stato emozionante percorrere tutto il fiordo per la sua intera lunghezza, vedere giovani e meno giovani godere del bel tempo e tuffarsi in quelle acque, neppure troppo gelide. Siamo riusciti a mettere i piedi in acqua in una zona tranquilla. Purtroppo eravamo sprovvisti di costume, ma abbiamo davvero percepito il vibrare di tutte quelle anime felici e gioiose.

Abbiamo poi pranzato al Bejing 8, una catena di cibo orientale – in particolare ravioli di vario tipo – ed è stata una scoperta apprezzatissima. Poi siamo ripartiti verso l’altra parte del porto, che è in riqualificazione integrale, e al centro della quale si staglia il teatro d’opera di Oslo (Operahuset). Un edificio completamente bianco. Ha come caratteristica primaria la possibilità di visitarne l’interno, ma anche di scalarne l’esterno. Diventa così, di fatto, una strada pedonale con scalini o pavimentazione liscia.

Come abbiamo immaginato, e una guida italiana a un gruppo a noi vicino ha confermato, non è insolito, d’inverno, vedere slittini e sci su quelle pareti oblique.

Ci siamo poi spinti oltre e siamo entrati nella Fortezza di Akershus, dentro la quale sembra di tornare indietro nel tempo: cannoni, stalle, costruzioni in pietra e persino un ponte levatoio ci hanno fatti sentire dentro “La storia fantastica”. Ovviamente io non sono bella come Botton D’Oro, ma mio marito è un più che degno Westley.

Il giro nella zona marina è terminato nel nuovo quartiere fashion alla fine del fiordo nel quale ci siamo persi a sognare di possedere uno di quei magnifici appartamenti affacciati sul mare.

Di ritorno abbiamo deciso di spingerci nel quartiere alternativo, Grünerløkka.

Una zona che a prima vista può sembrare malfamata (ex parte operaia della città, con un’architettura meno curata). Spingendosi verso il fiume, però, siamo rimasti piacevolmente stupiti della quantità di arte di strada presente. Murales, sculture appese o legate per rimanere galleggianti sull’acqua e una serie di locali alla moda contemporanea, pieni di vita e di giovani desiderosi di connettersi, non solo tramite cellulare. Mi ha ricordato un po’ il quadrilatero romano di Torino, oppure il quartiere Isola di Milano.

Poi, stremati, perché rimaniamo sempre due vecchietti con debito di sonno, siamo rientrati a casa, concedendoci una visita al vicinissimo Cimitero Storico di Oslo (Our’s Savior Cemetery) – dove ho potuto fare la foto alla tomba di Ibsen e a quella di Munch (un luogo di pace davvero imperdibile) – a goderci Papadam e Samosa.

Il terzo giorno è stato, forse, il più speciale: le mete sono state solo due, ma entrambi molto emozionanti.

Prima di prendere la metro (costosissima by the way) verso la prima di esse, ci siamo fermati da H&M per acquistare gli indispensabili costumi. Poi ci siamo fatti prendere la mano e abbiamo acquistato “qualche” regalino per i bimbi.

A quel punto, muniti dell’indispensabile, siamo partiti direzione Holmenkollen, una collina a nord di Oslo dove si trova il trampolino di sci più antico al mondo. Un posto davvero suggestivo, a noi noto per via dell’utilizzo che Jo Nesbo ne fa nel suo Il Leopardo [se l’avete recensito potete mettere il link].

Da lì abbiamo ripreso la metro e ci siamo spostati nella seconda tappa, la più suggestiva di tutte: Sognsvann.

Una foresta – facente parte della città di Oslo – piena di laghi più o meno grandi nei quali, abitualmente, i norvegesi fanno il bagno. Ed ecco finalmente, sfoggiati i nostri nuovi costumi, abbiamo potuto godere delle fresche acque lacustri di questo posto da fiaba.

Alberi altissimi, piccole isole galleggianti al centro del lago, alcuni animali mai visti dal vivo (come il picchio). Bambini festosi con grandi oche gonfiabili sulle quali divertirsi. Ma allo stesso tempo, nonostante le coste piene di fermento, un contatto unico con una natura rigogliosa e selvaggia.

Lì ho costretto mio marito a farmi un centinaio di foto per poter dar vita al titolo del mio romanzo – Wild Lake – ma purtroppo non ho sposato Robert Capa e l’esperimento è stato piuttosto fallimentare.

Con i capelli asciutti dopo pochi minuti, grazie al caldo incredibile ancora alle sette di sera, abbiamo percorso tutto il perimetro di uno dei laghi, immersi nel verde delle foglie e poi siamo rientrati a Oslo, dove ci siamo concessi un’ultima serata di chiacchiere in solitaria e silenzi pacifici, per poi ripartire il giorno successivo alla volta di Milano.

Ci sono mancati i bambini? Ci siamo sentiti in colpa? Com’è stato passare del tempo senza di loro?

I bimbi ci sono mancati e spessissimo abbiamo parlato di loro e di cosa avrebbero apprezzato della città (ad esempio CottonCandy sarebbe impazzito per il rettilario di St. Olav Gate, mentre Cinquanta Sfumature di No sarebbe impazzita per le acque del lago).

Non ci siamo sentiti in colpa: abbiamo lasciato i bimbi con i loro nonni preferiti, concedendo loro del tempo insieme, sapendo che non avrebbero patito la nostra mancanza (sono piuttosto indipendenti). Nonostante questo, il sabato mattina mi sono svegliata inquieta e poi ho scoperto che mio figlio aveva la febbre. Ho voluto prenderla come una specie di connessione ombelicale, sentendomi quasi una buona madre per aver avuto quella sensazione.

Com’è stato passare del tempo senza di loro? Liberatorio: poter parlare senza essere interrotti ogni tre secondi, non sentire le lamentele per sonno, fame, sete, stanchezza, cacca, pipì, ci ha permesso di concentrarci sulla bellezza estrema di questa città che ci ha rapiti il cuore. Ci ha rimessi in connessione, facendoci ricordare quanto vediamo le cose in maniera simile, quanto sappiamo adattarci l’uno all’altra come in una danza spontanea.

Mi ha dato, una volta di più, la conferma di aver scelto non solo il miglior marito possibile, il padre più incredibilmente amorevole per i nostri figli, ma anche l’unico compagno di viaggio con il quale condividere esperienze del genere all’insegna dello stupore e della felicità.

E come diceva uno dei miei Maestri musicali: “Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.”

BIANCA FERRARI

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