La nostra società attuale, dopo un lungo percorso di studi e differenti esperienze in contesti di vita, richiede che i giovani vivano con grande attesa l’ingresso nel mondo del lavoro.

Diventare un lavoratore è uno dei momenti più importanti della nostra vita perché è uno dei modi che abbiamo per affermare la nostra autonomia, ma non solo. Il lavoro ci definisce come persone, declina meglio la nostra identità. È un modo in cui ognuno di noi può verificare le conoscenze apprese finora e al tempo stesso considerarlo il punto di inizio per costruire la propria vita futura.

Molto spesso, i giovani hanno una scarsa conoscenza di questi particolari contesti organizzativi, che cambiano anche in base alle caratteristiche della struttura. Ci sono piccole aziende a conduzione familiare in cui le caratteristiche dell’organizzazione sono praticamente inesistenti, si perdono i contorni di ruoli. Al contrario c’è chi viene inserito in grandi complessi, si trova buttato in un tessuto molto più organizzato, si ritrova a dover lavorare con tecnologie sofisticate, con ruoli e mansioni specifiche ben delineate, vengono inseriti nel gruppo di lavoro e si interfacciano quotidianamente con un numero maggiore di persone.

Il nuovo arrivato si sente in dovere di tener conto delle aspettative del suo responsabile ma anche quella dell’organizzazione che l’ha scelto. Interessante è notare come molto spesso sono i nostri genitori a influenzare le scelte lavorative e gli atteggiamenti dei giovani nei confronti del lavoro. La loro influenza si estende per esempio in riferimento al denaro e alla relativa sicurezza economica, l’onestà, la giustizia. Non finisce qua, dall’altro lato le istituzioni scolastiche influenzano le scelte, gli stili di apprendimento, le competenze relazionali.

A loro volta, il fatto di aver fatto parte di un organizzazione sportiva, ci mostra come questo possa influenzare il lavoro di gruppo, la capacità di concentrazione e attenzione, oltre che viene inculcato il concetto di disciplina e di persistenza. Ci basta pensare a un qualsiasi gioco di squadra per renderci conto di quanto tutte queste competenze siano messe in atto ogni volta ogni volta che c’è una partita.

Pertanto la scelta del nostro giovane in procinto di trovarsi lavoro è quasi sempre indirizzata, anche semplicemente in modo inconscio, da tutte queste figure/istituzioni.

Se torno indietro negli anni e ripenso a quel periodo subito dopo la laurea, ricordo che sarei voluta partire in cerca di avventure all’estero, in cerca di una strada che vedevo ancora nebulosa… dall’altro lato avevo i miei che da anni aspettavano solo di vedermi inviare i milioni di cv per trovare questo benedetto lavoro per la vita, che non era altro che la rappresentazione di una sicurezza materiale… Alla fine sono rimasta a Roma, ho inviato mille cv, fatto i colloqui più assurdi che più che farmi gioire mi mettevano una tristezza infinita. E poi abbiamo trovato un compromesso tra questo futuro incerto che ancora non delineavo e il loro bisogno di vedermi realizzata.

E il vostro ingresso nel mondo del lavoro come è stato?

Fabiana

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One Comment on “L’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e le loro influenze.”

  1. Mi sono laureata a 21 anni ed ero convinta di essere pronta a mangiare il mondo.
    Come è giusto che sia ho cominciato una gavetta infinita, che ho interrotto solo per viaggiare (avendo studiato lingue sarei stata ridicola a millantare esperienza senza averla fatta come essere umano innanzitutto) e quando è nato mio figlio.
    Oggi ho 34 anni e ho tre lavori, solo perché quello che faccio relativo ai miei studi non mi permetterebbe di vivere serenamente.
    Credo nello studio (non soltanto universitario ma nell’acquisizione delle competenze in generale) ma credo sopratutto nell’esperienza, nella gavetta fatta umilmente (e devo ammettere anche gratis).
    Purtroppo so bene che la situazione qui sia disastrosa, mio fratello a 21 anni si è trasferito a Milano per lavoro, ma mi auguro sempre che la speranza nei giovani non muoia mai, anche se li porta lontani da casa

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