Si intitola “Finché c’è musica” il romanzo d’esordio di Sarah Barukh.

Titolo: Finché c’è musica
Autrice: Sarah Barukh
Genere: Narrativa contemporanea
Prezzo e-book: €9,99
Prezzo copertina flessibile: €16,15
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Trama

1946 La guerra è finita da qualche mese quando la piccola Alice incontra per la prima volta sua madre. Ha trascorso otto anni senza sapere chi fossero i suoi veri genitori, vivendo nascosta in una fattoria della campagna francese insieme a Jeanne, la balia incaricata di prendersi cura di lei fino al loro ritorno. Ora deve lasciare un mondo pieno di affetti per seguire una donna di cui non sa niente e che non è forte ed elegante come se l’era immaginata, ma silenziosa, dura, chiusa in se stessa, e con uno strano tatuaggio sul braccio.

Parigi è caotica, rumorosa, Alice si sente subito spaesata. Ma è l’incapacità di rapportarsi con la madre che la fa soffrire di più: è evidente che durante la guerra Diane ha subito dei traumi (“tua madre ha fatto grandi cose” le aveva raccontato un giorno Jeanne) e ora è in preda a continui incubi notturni. Ma proprio quando madre e figlia cominciano a stabilire una connessione, Diane si ammala di tubercolosi e la vita di Alice viene di nuovo stravolta: la madre viene ricoverata e l’assistente sociale le dice di aver rintracciato suo padre…

È l’inizio di un importante viaggio che da Parigi la porterà a New York: grazie all’incontro con lo zio Vadim, cieco e scorbutico, ex reporter di guerra che ha girato l’Europa, Alice scoprirà che il suo passato nasconde un segreto imprevisto e si lascerà per sempre l’infanzia alle spalle.

Con una sensibilità infinita Sarah Barukh dà voce ai sentimenti e alle emozioni di una bambina che attraversa uno dei periodi più tumultuosi della Storia. Una fantastica ragazzina capace di trovare la propria strada in un mondo devastato dalla guerra e di trasmettere agli adulti la sua incrollabile fiducia nel futuro.

Recensione

“Discendiamo tutti da rovine familiari, da
persone che amano soltanto se stesse
e privilegiano i propri interessi.”

Sarò sincera: non capirò mai che bisogno ci sia di raccontare nella sinossi l’intero romanzo. Leggendola, sapete praticamente tutto di “Finché c’è musica”. Io mi auguro che siate passati oltre.

Alice ha otto anni e non ha mai conosciuto sua madre. Jeanne, la balia che l’ha cresciuta, gliela descrive come una donna forte ed elegante. Ma Diane non è più quella persona, incontrandola la bimba se ne rende immediatamente conto, perché la seconda guerra mondiale non è mai davvero finita, non per chi l’ha vissuta. Ora Alice deve lasciare Jeanne, la fattoria che l’ha protetta e nascosta, e vivere con la mamma a Parigi. Ma avere a che fare con questa donna taciturna e tormentata non è facile, trovare una connessione con lei ancora meno.

“Una vita nuova richiede coraggio.
Alice non ne aveva abbastanza.”

L’unico problema che ho riscontrato durante la lettura è quello relativo all’identificazione. Soprattutto all’inizio, non mi ero ancora immedesimata in Alice tanto da leggere paragrafi e paragrafi sul ritrovamento di un gattino in campagna senza sbuffare per l’impazienza. Per questo motivo, e anche perché all’inizio si procede a rilento, è stata dura oltrepassare il 50% del testo. L’autrice sembra soffermarsi troppo sulla vita di Alice a Salies, quando in realtà il periodo alla fattoria è solo un momento di passaggio, un preludio di quello che sarà la sua vita. Smetterà di essere una bambina, questo è sicuro.

“E a ogni domanda, la stessa
risposta: «Perché è la guerra».”

Quindi abbiamo un unico punto di vista, narrato in terza persona, quello di Alice. La seguiamo praticamente ovunque, da Parigi a New York, nei momenti di rabbia, in quelli di sconforto, nel senso di abbandono, nella speranza, tra le alte mura del silenzio e dell’isolamento emotivo che la piccola patisce. Ci sembrerà di poterla consolare, abbracciare, ma Alice è di quelle che si salvano da sole. Non so affermare se la sua evoluzione sia credibile, quello che posso dire è che avendone passate tante, mi è sembrato normale che crescesse in fretta.

Il mio personaggio preferito è senz’altro lo scorbutico zio Vadim. Troppo diretto, caustico, brontolone, sgarbato: l’ho adorato e non avrebbe potuto essere altrimenti.

“Le avevano sempre detto di parlare bene, di
stare attenta a non essere volgare… Suo zio
faceva tutto il contrario, come se fosse normale.
Ma non era normale, era magico!”

Il mio voto per questo romanzo è quattro. I luoghi e i personaggi sono ben caratterizzati, il periodo storico fa da filo conduttore, non ci saranno grandi colpi di scena e la musica non assume un ruolo fondamentale (come il titolo lascia presagire) ma l’ho comunque apprezzato per quello che è. Un viaggio, quello che tutti noi facciamo nel dolore e nella fiducia in un futuro migliore.

«Come si fa a vivere quando quelli a cui
vuoi bene non ci sono più? Io non ci riuscirei.»

«Ce la farai, come tutti. Finché c’è musica,
si continua a ballare.»

Alessia Garbo

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