I fogli bianchi sparsi per casa non hanno mai avuto tregua, non l’hanno mai fatta franca al passaggio delle mie matite. Duravano appena qualche minuto intatti, ignari di quel che stava per accadere loro.

Si inizia così: un bastoncino di legno tra le dita, i capelli più confusi di te, un foglio a quadretti che tenta di contenerti e darti delle regole e poi finisce con un tavolo sporco pieno di scarabocchi. Perché all’inizio non lo sai cosa vuoi fare, cosa PUOI fare. Hai ancora le mani troppo piccole per afferrare il mondo, e provi a metterlo tutto su un foglio; occhi grandi che brillano di meraviglia ma che ancora han visto troppo poco per poterlo raccontare. Così fai scarabocchi a caso, dove capita. Ma poi accade che quelle linee confuse, quelle onde agitate, iniziano a prender forma. E anche se tu quelle forme ancora non le capisci continui a tracciarle. Un piccolo grillo, chiuso nella sua bolla di cristallo, ti detta tutte quelle lettere che tu non ti preoccupi ancora di comprendere, solo di trascrivere, in balia di un vento di emozioni.

12211321_194307160904045_77683070_oAccade poi all’improvviso.  La bolla esplode e ti trovi davanti a quel tavolo, pieno di parole che adesso sai comporre. Generalmente chi ama scrivere non si ricorda il momento in cui ha iniziato, perché nella maggior parte dei casi non c’è stato un vero e proprio inizio bensì un evolversi. Un crescere con le parole, con le intuizioni, le suggestioni e il modo di buttarle fuori. E continua a crescere, continuerà sempre, anche se certe volte sembra  tutto fermo, dentro e fuori di noi. Anche se in silenzio, continua sempre a crescere.

Mi sono chiesta spesso il perché. Perché questo bisogno di scrivere, raccontare, comunicare, far nascere dal nulla immagini, parole, storie, vite. Un ragazzo in un bar mi disse che non importa riuscire a pubblicare, perché chi scrive lo fa per se stesso. Allora mi sono chiesta: a che servirebbero  le idee di un regista se le tenesse per sé? A cosa servirebbero le preghiere di chi crede se si pregasse solo per se stessi? A cosa servirebbe scrivere se tutto quel che riusciamo a comunicare scrivendo lo lasciassimo solo per noi stessi? Scrivere, come dipingere, come comporre musica, è un mezzo, è un ponte che collega le nostre anime a quelle degli altri e mentre ci unisce, ci permette di donarci. Donare. C’è chi crede di non poter dar nulla agli altri; di non avere niente da dare ma tutto da ricevere. Eppure con le dita tra la polvere di una vecchia tastiera, ogni giorno doniamo piccoli pezzi di vita, emozioni, occasioni. Se perdiamo di vista questo, torna tutto confuso sul tavolo, e continuiamo a trascrivere parole a caso dettate da un grillo impazzito.

Ognuno dona ciò che ha e ciò che può, nelle forme più impensabili. Perciò voi, seduti a rincorrere i pensieri sempre più veloci delle dita; voi, immersi nelle storie dalle quali non riuscite più a staccarvi; voi, scrittori che rincorrete pubblicazioni e numeri; voi, patologicamente affetti dalla necessità di scrivere, non temete. C’è sempre un motivo per continuare, c’è sempre un senso, anche quando nessuno pare ascoltarvi, anche quando vi sembra tutto più grande di voi, vi esorto… scrivete! Scrivere è donare.

Alessia Di Maria

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