Quello de “I bambini di Haretz” di Rosa Ventrella è un viaggio verso la libertà, verso la speranza di un mondo diverso. Ma non si tratta di una ricerca spirituale, bensì di una vera e propria occasione, l’unica di salvezza.
Rosa Ventrella si ispira a una storia vera e racconta la storia de “I bambini di Haretz”, un viaggio verso la terra promessa, quella in cui essere finalmente se stessi senza temere ripercussioni.
Sentire parlare dell’orrore dello sterminio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale non ci abituerà mai veramente a ciò che è accaduto. La storia spesso dovrebbe insegnarci a essere migliori, a non ripetere gli errori. Eppure troppo spesso sembra che ciò sia dimenticato e che perseverare risulti molto più facile dell’imparare.
Anche dinnanzi a stragi di innocenti, di bambini indifesi la cui unica “colpa” è stata quella di credere in un dio diverso c’è stato (e c’è ancora) chi non ha deposto le armi. Nell’età in cui di solito si gioca con le bambole o le macchinine, milioni di bambini si sono visti strappare alla normalità. Alcuni sono stati deportati nei campi, altri sono fuggiti. Via, lontano dalle proprie case e da ciò che avevano di più caro, impossibilitati a nascondersi in un luogo per paura di essere trovati.

Titolo: I bambini di Haretz
Autore: Rosa Ventrella
Genere: Narrativa
Editore: Mondadori
Trama
È il 1939 e siamo in una placida cittadina cecoslovacca adagiata sulle rive di un fiume. Margit e János sono cresciuti pattinando sul ghiaccio e correndo nei boschi, dipingendo con la madre e ascoltando jazz col padre. Ma il giorno in cui i tedeschi invadono Praga, la loro vita cambia per sempre. Hanno appena undici e sette anni e, come tanti bambini ebrei, sono costretti a diventare adulti da un giorno all’altro. Le parate naziste e le svastiche che compaiono sulla bottega del padre sono solo la prima avvisaglia: nel giro di qualche stagione cominciano i rastrellamenti.
Prima di essere catturati, i genitori riescono a nascondere Margit e János dai vicini di casa, ma proteggere gli ebrei è ‘verboten’, si rischia la fucilazione, e i signori Roth sono costretti a lasciarli andare. Accade così che nel bel mezzo dell’inverno due fratellini inizino a vagare per i campi e le foreste della Boemia, e che presto scoprano di non essere i soli: altri bambini, orfani come loro, stanno attraversando l’Europa alla ricerca della salvezza.
Si forma un gruppetto capitanato dal quindicenne Frantz, cuore grande e carisma da capobranco: è l’inizio di un viaggio che durerà diversi anni, durante i quali i sei ragazzini impareranno a cacciare, a fabbricarsi ripari di fortuna e a proteggersi l’un l’altro, proprio come una famiglia. Un cammino destinato a concludersi in Italia, in una grande casa sulle Alpi bergamasche, a Selvino, dove un gruppo di militanti della Brigata ebraica sta accogliendo centinaia di bambini sopravvissuti alla guerra e ai campi di sterminio, per restituire loro l’infanzia perduta e traghettarli verso la terra promessa, Haretz Israel.
Con questo nuovo romanzo, Rosa Ventrella ci consegna una pagina di Storia poco nota, la vicenda dei bambini di Haretz, affidandola alla voce limpida e toccante della giovane Margit. Il risultato è una straordinaria epopea di resilienza e sacrificio, innocenza e coraggio.
Recensione
Parlare di un libro che racconta una pagina così toccante della nostra storia non è mai facile. E ribadisco “nostra” perché quello che è accaduto riguarda tutti, non una razza, non il passato. Ma anche e soprattutto il presente e chi oggi ha il dovere morale di ricordare per evitare che ciò che è stato possa ripetersi.
Ma andiamo con ordine. Ci troviamo nel 1939, quando apparentemente tutto poteva sembrare ancora normale, quando in qualche modo nelle case una speranza flebile era ancora viva. La località è una cittadina cecoslovacca che si sviluppa sulle sponde del fiume, i protagonisti due bambini, due fratelli, Margit di undici anni e János di sette. La loro quotidianità viene spezzata giorno dopo giorno da un’ombra che si staglia sulla loro famiglia, rea solo di credere in un dio non approvato.
C’è chi scappa, chi si rifugia in terre lontane, e chi come il padre crede ancora. Ma il tempo è poco, giusto quello di nascondersi dai vicini per evitare il peggio, la stessa sorte dei genitori. Potrebbe sembrare un lieto fine, se non fosse che proteggere gli ebrei è illegale e i due fratelli sono costretti a scappare, a fuggire da qualcosa di più grande di loro.
Inizia così il racconto di Margit, la voce narrante de “I bambini di Haretz”, colei alla quale Rosa Ventrella affida l’arduo compito di ricordare tutti gli avvenimenti di quegli anni. La fuga da casa, la ricerca disperata di un luogo sicuro, il momento di unirsi ad altri giovani in fuga verso la libertà.
Margit, con un eroismo troppo grande per la sua età, ci porta con sé durante tutto questo viaggio, facendoci scoprire le difficoltà oggettive, le paure più vere che un gruppo di bambini può vivere da solo in mezzo al nulla.
La crudeltà e la brutalità dell’uomo si scontrano, nel romanzo di Rosa Ventrella, con l’innocenza dei bambini, quella che viene rubata troppo presto e senza motivo. Ma nonostante le difficoltà c’è ancora uno sprazzo di vita. C’è amore, c’è speranza. Sentimenti che però non hanno davvero un nome, perché sembra impossibile provare qualcosa di diverso dalla paura in situazioni come quella che si trovano ad affrontare “I bambini di Haretz”.
Margit ci porta con sé durante tutto il viaggio, non risparmia i momenti brutti ma non smette di farci sperare con quelli migliori. Passo dopo passo arriviamo con lei a Selvino, lì dove tutto sembra avere di nuovo inizio. Ma è davvero così?
Rosa Ventrella fa di tutto per rendere il suo romanzo meno crudo di quanto non sia in realtà la stessa storia. Ci permette di vivere emozioni lì dove questo sembra impossibile, dove il sangue si gela al solo pensiero di ciò che è stato. Riesce a creare vera empatia con Margit permettendoci di vivere questo percorso con gli occhi non più innocenti di una bambina, di colei che da un giorno all’altro è dovuta crescere per necessità. È proprio questa sua bravura a rendere il libro scorrevole e fluido, permettendoci di studiare quelle pagine di storia da una prospettiva diversa, quella di giovani che non smettono di lottare per sé stessi.
“I bambini di Haretz” ci permette di vedere il mondo con una prospettiva differente, di smettere di lamentarsi del superfluo e di apprezzare finalmente ciò che abbiamo e ciò che siamo.

Fabiola Criscuolo

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